©FABRIZIO TROCCOLI

di M.T.

Nelle università europee le donne restano minoranza ai vertici, ma quando riescono a fare carriera avanzano più in fretta degli uomini, e l’Università di Perugia riflette in parte questo scenario.​

Lo studio “Gender and career progression in academia: European evidence”, firmato da Lucio Morettini (Cnr‑Ircres) e Massimiliano Tani (University of New South Wales), analizza oltre diecimila carriere di ricercatori in vent’anni, attraverso il database europeo More. Restando sul cuore dell’analisi, le ricercatrici hanno meno probabilità di essere promosse sia nel passaggio da ricercatrici non indipendenti a ricercatrici affermate (R2→R3, probabilità più bassa di circa l’8%) sia da ricercatrici affermate a leader scientifiche (R3→R4, quasi il 20% in meno).​

Quando però la promozione arriva, i tempi si accorciano: le donne impiegano in media 6‑7 mesi in meno per il primo salto, che di solito richiede circa 5 anni e mezzo, e 8 mesi in meno per il secondo, che ne occupa oltre 7. Secondo i due autori questo è l’effetto di una forte autoselezione: molte scienziate escono dal sistema sotto il peso di precarietà, incertezza e carichi di cura, e chi resta è mediamente più motivata e performante rispetto al collega “tipico”, un meccanismo simile a quello osservato nei consigli di amministrazione.​

All’Università degli Studi di Perugia il quadro di genere ricalca la “piramide rovesciata” descritta nello studio. Nel corpo studentesco e tra dottorandi e assegnisti le donne sono prevalenti, mentre nel personale docente e di ricerca la loro presenza si riduce salendo di fascia. In base al rapporto di genere dell’ateneo, le docenti rappresentano circa il 19% dei professori ordinari, il 37,5% degli associati e quasi la metà dei ricercatori; il dato è molto vicino alle medie nazionali e mostra come la vera “strozzatura” resti l’accesso alle posizioni apicali.​

Questa struttura conferma il paradosso europeo: molte donne entrano nel percorso accademico, ma solo una parte riesce a trasformarlo in carriera lunga e stabile. Perugia, però, si colloca leggermente meglio della media italiana nelle fasce intermedie, segno che, dove l’“imbuto” si allarga, le ricercatrici riescono a competere con successo.​

Guardando all’intero sistema regionale, gli addetti alla ricerca e sviluppo in Umbria erano circa 4 ogni 1.000 abitanti nel 2022, un valore leggermente inferiore alla media nazionale (6 per 1.000) ma stabile nel tempo. Questa platea comprende ricercatori, tecnici e altro personale impegnato in università, pubblica amministrazione e imprese, con una presenza femminile in crescita soprattutto nel comparto universitario e nei servizi avanzati.​

I documenti sul personale accademico mostrano che, nelle università del capoluogo (Università degli Studi e Università per Stranieri), tra i ricercatori a tempo indeterminato si è ormai vicini alla parità di genere: in diversi settori le donne raggiungono o superano il 50%. È nelle posizioni di professore associato e ordinario che la forbice si riapre, confermando che il problema non è l’accesso alla ricerca ma la progressione lungo tutta la carriera.​

Lo studio di Morettini e Tani dedica un’attenzione particolare al contesto in cui i singoli percorsi si sviluppano. Nei sistemi universitari con una maggiore presenza di studiose, il tempo di permanenza nello stesso livello di carriera si riduce soprattutto per le donne, segno che ambienti più equilibrati funzionano meglio anche in termini di efficienza. In Umbria, dove la quota femminile tra ricercatrici e assegniste è elevata ma più bassa tra le professoresse, questo indica un potenziale non ancora pienamente espresso: aumentare la presenza di donne nei ruoli senior potrebbe rendere più fluide le progressioni per tutte.​

Tra i fattori “micro” che favoriscono l’avanzamento, lo studio segnala la partecipazione a progetti e collaborazioni internazionali e un carico didattico medio‑alto, che si associa a maggiori probabilità di diventare ricercatori affermati. Per un ateneo come Perugia, fortemente radicato nel territorio ma inserito nelle reti europee, la combinazione di mobilità, internazionalizzazione e politiche di genere mirate può trasformare il paradosso in un’opportunità: fare in modo che non solo poche, ma molte ricercatrici possano avanzare più rapidamente lungo tutta la scala accademica.​

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