di Erduin Ortegaha collaborato Giorgia Olivieri

Si fa un gran parlare di sanità di prossimità, definendola persino, medicina del futuro, in grado cioè di destinare agli ospedali solo i pazienti gravi e tutto il resto al territorio, ma i fatti non corrispondono ai buoni propositi. Tra i tasselli principali di questa costruzione ci sono gli infermieri: tra l’altro rappresentano la componente del grande progetto più realizzabile, non fosse per i vasti impieghi (dalle flebo a casa, alle sale operatorie e alle rianimazioni) e i costi contenuti (non paragonabili al personale medico). Eppure, su i tre principali fronti in cui sono impiegati, ovvero, in reparto, a casa e in ambulanza, si registrano ritardi e trascuratezza, fino a determinare l’abbandono della professione.

Approfondimento I nuovi infermieri, cioè quelli in entrata nella professione, riescono appena a coprire quelli in uscita. Figurarsi immaginare di incrementarli. Lamentano trattamenti spesso mortificanti a lavoro, essendo impiegati anche in mansioni non dovute, ad esempio nell’igiene dei pazienti che dovrebbe essere di competenza delle oss, pagati poco, circa la metà degli infermieri europei, sono altamente specializzati e quindi richiesti da tutto il mondo, ma non registrano avanzamenti di carriera, se non in piccola parte e non si sentono sostenuti dal personale medico che, spesso, soprattutto nei territori, li percepisce come una insidia al loro lavoro.

I tre binari In reparto quindi non si registrano realtà incentivanti che stimolino giovani a iniziare la carriera. Nei territori, invece, le mansioni di ‘procacciatori di potenziali vulnerabili’, ovvero la reale prevenzione, che vorrebbe l’infermiere di famiglia un ‘insider della comunità’, a caccia delle fragilità sconosciute al sistema sanitario, per metterle immediatamente in contatto con la rete medica, in modo da evitare ospedalizzazioni, è una pratica solo immaginata. I nostri, pochi infermieri umbri di famiglia, sono formati per questo, spesso hanno persino abbandonato i reparti per la nobile missione sui territori, ma vengono impiegati come una volta, cioè nell’assistenza del paziente cronico a casa, tra l’altro con grandi carichi non essendo garantite le dovute proporzioni tra numero di infermieri e abitanti. Passando all’emergenza, quindi alle ambulanze: la nobile equipe composta da autista competente in soccorso, medico e infermiere è quasi letteralmente smantellata. Non si trovano, ad esempio, meccanici disponibili ad aggiustare le ambulanze perchè non vengono pagati, o almeno non vengono pagati in tempo. Gli autisti che avevano una preparazione che permetteva loro di sapere immobilizzare un traumatizzato e operare insieme al medico e all’infermiere, non vengono sostituiti da autisti formati a tale scopo. Tanto vale – è il ragionamento fatto anche nelle Asl umbre – che esternalizziamo il servizio. Il risultato è che ci troviamo al volante il volontario delle sagre e al suo fianco un barelliere. Un team che potrebbe non essere in grado neppure di portare a termine un rendez-vous. Ovvero un trasferimento del paziente dal luogo dell’incidente alla prima ambulanza equipaggiata che parte da un ospedale, sicuramente più lontano rispetto alla postazione dell’ambulanza senza equipaggio sanitario, chiamata a intervenire tempestivamente sul posto.

Figura da valorizzare «L’infermiere di famiglia non è l’infermiere che viene a casa a fare la medicazione o la terapia», ha spiegato il segretario umbro del sindacato infermierisitico Nursind, Marco Erozzardi. «È piuttosto una figura che deve intercettare i bisogni di salute delle persone sul territorio, collaborando con il medico di medicina generale. L’obiettivo è quello di prevenire l’ospedalizzazione, che è sempre più costosa e rischiosa», continua Erozzardi.

Risorsa ancora insufficiente In Italia, e in Umbria in particolare, si registra una grave carenza di infermieri. Secondo le risorse impiegate nel Pnrr, entro il 2026, in Italia, serviranno circa 20mila infermieri di famiglia e comunità (Ifec), ma oggi sono poco più di 3mila in tutto il paese, di cui solo 80 in Umbria. La carenza di Ifec rischia di compromettere la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni di salute della popolazione, in particolare delle persone più fragili. Inoltre, c’è una disparità di trattamento tra gli infermieri di famiglia formati in percorsi universitari e quelli formati in percorsi regionali alternativi.

Situazione in Umbria La Regione Umbria, in particolare, non ha rispettato le disposizioni dello specifico decreto che inquadra questa figura professionale, poiché non ne ha previsto un numero sufficiente e non ha attivato i master di I livello in infermieristica di famiglia e comunità. La Regione ha invece organizzato corsi di formazione presso la scuola di formazione «Villa Umbra», tali corsi non attribuiscono il necessario titolo ai sensi della normativa nazionale. Nursind Umbria ha chiesto un incontro con la commissione consiliare permanente per discutere di questi problemi che stanno affliggendo la professione infermieristica nella regione, ma ancora non ha ottenuto risposta.

Un futuro incerto Nel frattempo, in alcune regioni, come l’Umbria, gli infermieri di famiglia, poco più di 80, sono già stati assunti, ma non vengono utilizzati come tali. «Queste risorse vengono sprecate – denuncia il sindacalista e segretario Nursind Marco Erozzardi – bisogna investire nella formazione degli infermieri e nella loro valorizzazione, perché il loro ruolo diventi attrattivo».

L’urgenza Sull’emergenza Nursind dichiara: «Spesso gli equipaggi formati da un barelliere e un autista, che sono già impiegati nelle nuove postazioni, non sono adeguatamente preparati», e critica la mancanza di chiarezza nella decisione dell’Usl Umbria 1. «Non si utilizzano le graduatorie idonee e non si considerano la riorganizzazione delle attività di emergenza urgenza in ambito regionale».

Una riflessione personale «Come infermiere – dice Giorgio Rossi, infermiere di famiglia e comunità dell’Umbria – sono preoccupato per il futuro della mia professione». La carenza di personale, la mancanza di prospettive di carriera e le condizioni di lavoro precarie stanno portando molti infermieri a lasciare il lavoro. Secondo Marco Erozzardi «è necessario intervenire su diversi fronti: aumentando gli stipendi, migliorando le condizioni di lavoro e offrendo maggiori prospettive di carriera agli infermieri. Solo così potremo garantire un’assistenza di qualità a tutti i cittadini e rendere la figura dell’infermiere di famiglia una risorsa preziosa e apprezzata».

Rischio estinzione Rispetto al rischio di estinzione, se non della figura, delle elevate competenze acquisite nel sistema sanitario universale, ci sono rischi e una proposta: i rischi sono la costante fuga verso la sanità privata e l’estero, ovvero un investimento a perdere. E la conseguente sostituzione con figure formate in altre nazioni – in questo tempo c’è una forte formazione in diversi paesi asiatici, tra cui India e altre regioni d’Oriente, ma non solo – motivati a raggiungere il sistema sanitario italiano per ragioni puramente economiche e probabilmente con competenze non paragonabili all’alta specializzazione degli infermieri italiani, richiesti in tutto il mondo. La proposta è incentivare alla professione: «Ritornare a instillare – spiegano i rappresentanti del Nursind a U24 – il sogno di una professione appagante, umana, giustamente e opportunamente remunerata e ambiziosa. Per il bisogno di infermieri che abbiamo dovrebbero essere pagati anche quando si formano e invece si pagano, caramente, la formazione. E dovrebbero toccare con mano, la possibilità di avanzare in carriera. Oltre che sognare di diventare talmente specializzati da meritarsi i reparti di trincea della medicina».

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