di Chiara Fabrizi
Dalla raccolta nel campo danneggiato dalla transumanza alla mondatura nella casetta di Cecilia Amici, l’anziana simbolo di San Pellegrino. A un anno dal sisma resta più forte del terremoto e della valanga di problemi ancora tutti da risolvere, lo zafferano di Ilaria e Lorenzo, la coppia di trentenni che dopo il sisma del 24 agosto ha salvato circa 120 mila bulbi di zafferano dalle macerie del magazzino crollato in cui erano custoditi, riuscendo nelle settimane successive a metterlo a dimora con l’aiuto di tanti e, infine, a raccoglierlo durante le violente scosse di fine ottobre.
VIDEO: DALLA RACCOLTA ALLA MONDATURA
UN ANNO DALL’INFERNO DI NORCIA
Raccolto buono, ma manca laboratorio Un anno dopo Umbria24 è tornata a trovarli per assistere alla magia della raccolta, che avviene alle prime luci dell’alba, prima che il sole sia alto. Per l’azienda agricola Bosco Torto è la seconda produzione di zafferano, la prima senza i sussulti continui e violenti dell’Appennino. China tra i solchi, coi cestini pieni di fiori viola, c’è anche Sara che, dopo aver mollato il suo lavoro e la provincia di Varese, vive tuttora a Norcia, lavorando la stessa terra che un anno fa ha tremato più forte di Amatrice: «Del raccolto in sé siamo molto soddisfatti, ma non siamo riusciti ad avere un laboratorio come speravamo, perché – racconta Lorenzo – la pratica per la delocalizzazione è ancora ferma all’ufficio ricostruzione, mentre abbiamo avuto il via libera per costruire con iter ordinario un nuovo laboratorio nei terreni vincolati». L’estrazione per ora avviene nella casetta di Cecilia Amici, zia di Ilaria, «la facciamo insieme – dice sempre Lorenzo – come se fosse un rito domenicale».
Mondatura nella casetta tra mille paure Qui, ogni mattina, vengono rovesciate sul tavolo i fiori e, dalla montagna di petali viola, le mani pazienti tirano fuori gli stimmi rossi e profumati dello zafferano, che poi vengono essiccati e in un laboratorio fuori Norcia verranno poi confezionati. Intorno al tavolo ad aiutare c’è Cecilia: «Casa mia era una reggia, mal’hanno dovuta demolire, era piena di cose, non ho più niente, ma sono rimasta io e ringrazio il Signore». Accanto a lei Rita, mamma di due ragazzi di 28 e 19 anni, loro vivono ancora nel container collettivo, come Ilaria e Lorenzo: «Dopo mesi difficili andare in bagno attraversando un corridoio riscaldato ci è sembrato magnifico, a distanza di sette mesi però la convivenza pesa e tanto, come la stanchezza». Quando avrete la casetta? Rita si sbilancia «ci hanno detto il 15 novembre», Ilaria è più cauta e nelle sue parole c’è tutta l’incertezza di una vita, che dopo un anno terribile, è ancora tanto, troppo in bilico: «Non lo eravamo ma siamo diventati scaramantici, abbiamo paura a dire una data, l’illusione sarebbe psicologicamente devastante, per cui continuiamo a vivere osservando i cantieri delle casette».
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