di Maurizio Troccoli
Se dalle visioni semplicistiche ci si prova ad innalzare, si scopre che monaco non significa solo povero, ma probabilmente conoscitore dei fondamentali dell’economia,capaci di tradursi in ‘formule rifugio’ rispetto a situazioni complesse. L’hanno da tempo intuito businessman e, in generale, persone che ricoprono ruoli importanti in imprese di significative dimensioni, quali Ceo, Cfo, in generale il top management chiamato a raggiungere obiettivi non semplici e che coinvolgono le sorti di molte persone. Ad allargare lo sguardo sul fenomeno dei manager in convento è Business People con un servizio di Anna Tortora che sbircia dietro le grate dei monasteri, prevalentemente quelli che seguono la regola benedettina, per raccontare come crescano i frequentatori del mondo del business.
Il più noto imprenditore umbro, Brunello Cucinelli, è stato probabilmente antesignano di quella che è trasversalmente intesa come una buona pratica. Un pioniere tra i pellegrini milionari, che ricercano silenzio, sapienza, pratica umanistica per tradurla in relazioni dentro e fuori la propria azienda, efficienza, profitto e, nel suo caso, anche dono. Ad oggi è forse colui che ha maggiormente sconvolto il mondo dell’impresa e della finanza, presentando nel consiglio di amministrazione di una delle aziende italiane che ha dimostrato le migliori performance dal lancio in borsa, la Cucinelli Spa di Solomeo, un monaco, l’ex priore dei benedettini di Norcia, quello che poteva essere considerato il successore diretto di San Benedetto, padre Cassian Folsom. C’è un’altra azienda ed è nelle vicine Marche, Loccioni, che ha avviato un progetto di formazione permanente nell’abbazia di Sant’Urbano ad Apiro, Macerata.
A spiegare come la saggezza benedettina funzioni benissimo per il managment delle imprese a Business People è Massimo Filador, docente di Business etici e sviluppo sostenibile alla Liuc di Milano, fondatore di Askesis, società di consulenza che si occupa del miglioramento del benessere organizzativo delle aziende. Suoi sono anche numerosi libri sul management sostenibile come ‘L’organizzazione perfetta’ La regola di San Benedetto: una saggezza antica al servizio dell’impresa moderna.
Saltano quindi i limiti immediatamente percettibili della religione, i suoi confini, e si entra nel pratico del raggiungimento degli obiettivi. E’ facilmente comprensibile come l’idea stessa di monachesimo, quello incarnato da Benedetto da Norcia che, ricordiamolo, finì di operare nel 547, quando cioè finì l’impero Romano d’Occidente e cominciava la lunghissima età di mezzo. Benedetto importò il monachesimo d’Oriente, in Occidente, creando le premesse a quella che oggi intendiamo come cultura occidentale che dai valori, attraversa la cultura, la scienza e l’economia. San Benedetto indicava attraverso quali migliori formule persone possono lavorare in comune, raggiungere obiettivi, garantirsi armonia, ed essere performanti. Le premesse erano il silenzio e l’ascolto: la capacità cioè di essere accogliente del vissuto degli altri, riservarsi del tempo perché i pensieri, le riflessioni, volendo le strategie si sedimentino, in un rapporto sempre più profondo ma anche allenato con il proprio se, la propria conoscenza di se, la capacità di sapersi e di sapersi curare, per poi fare lo stesso con gli altri. E’ noto come i benedettini fossero efficienti in economia, le loro attività produttive e lavorative consentivano l’autosostentamento di comunità numerose di monaci e di quanti a questi si rivolgevano per chiedere aiuto. Parliamo di oltre 7 mila conventi benedettini nati dalle prime abbazie, ma poi anche ospedali e attività collegate. Come numerosissime imprese agricole, ma anche culturali, si pensi all’antichissima e validissima scuola degli amanuensi, le fondamentali traduzioni dei testi sacri e antichi, la conoscenza in campo di erbe officinali, l’origine della farmaceutica, i tantissimi ospedali realizzati. Insomma quell’umanesimo trasversale, che mette la persona al centro, la cura di se, della propria armonia con il creato e la natura, la relazione con l’altro e soprattutto l’avere cura dell’altro. La capacità di attendere, la sapienza che conduce a una differente gestione del tempo e che porta quindi alla capacità di modelli organizzativi e produttivi.
Su queste premesse manager e persone d’affari si rifugiano in monastero: inizialmente a mettere in discussione qualche formula che non funziona, azzerare per recuperare il rapporto con il proprio ego, favorendo una crescita verso il se, per poi compiere i successivi passaggi verso il miglioramento delle relazioni che potranno tradursi, in fine, in miglioramento della rete aziendale. Nelle occasioni formative nei conventi benedettini, quelli che potrebbero essere intesi come veri ritiri, si prendono in esame i 73 corposi capitoli della Regola che oltre a trattare gli aspetti legati alla spiritualità, offre una accurata scansione dei compiti e della gerarchia. Quando i manager arrivano in convento, sono accolti dai monaci e dedicano le prime ore alle nuove relazioni con loro. Quindi apprendono le regole del ritiro che, ad esempio, dedicano molto spazio al silenzio e alla meditazione, oltre alle dirette esperienze formative. Silenzio che viene indicato anche durante i pasti. Ci sono aziende che hanno avuto occasioni formative che si sono limitate a 5, 6 o qualche incontro in più. Nell’esperienza di Folador con Eni e Poste italiane per esempio sono stati circa 400 i dirigenti finiti in monastero per formarsi, tra cui quello di Montecassino.
