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venerdì 3 dicembre - Aggiornato alle 01:45

Covid, intelligenza artificiale per ‘fase 2’: da Orvieto soluzione Vetrya sul tavolo di Conte

Piattaforma e App per mappatura incontri tramite bluetooth e alert contagio, Luca Tomassini: «Il nodo privacy è presto sciolto»

 

di Marta Rosati

Non esisterebbe alcun problema a livello di privacy, ma l’adesione è su base volontaria; il sistema funziona tramite bluetooth e l’app forza lo smartphone ad attivarlo. Le persone sono individuate solo tramite codice numerico e per anziani o bambini che non hanno un cellulare, l’alert di un contatto avuto con soggetto positivo al Covid può arrivare tramite braccialetto. Queste le principali caratteristiche del progetto della Vetrya di Orvieto, inserita nella short list delle società che potrebbero sviluppare l’app per ‘mappare i contagi’. L’amministratore delegato Luca Tomassini: «Il progetto si avvale del supporto del Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni, oltre 40 università e numerosi centri di ricerca lo hanno appoggiato ed era sul tavolo del premier Conte prima ancora che il ministero dell’Innovazione avviasse la call per lo sviluppo dell’App. Avevamo infatti ideato una soluzione, pensata per la cosiddetta fase 2, e l’avevamo inviata a Palazzo Chigi, ricevendo l’interesse del governo. Alla luce di tutto questo, comunque vada, avremo vinto».

Come funziona «La soluzione Vetrya – ha spiegato Tomassini a Umbria 24 – consta di una piattaforma che prevede App e back end, è basata su intelligenza artificiale e traccia le correlazioni tra persone tramite tecnologia bluetooth. Chiunque può aderire al sistema scaricando l’Applicazione, ma tale azione è su base esclusivamente volontaria». È per questa ragione che il ministro Paola Pisano ha avuto modo di dire che il sistema avrebbe efficacia se almeno il 60% della popolazione si dota di App. Tomassini a questo proposito: «Scaricarla è un gesto di responsabilità sociale». Ma veniamo al nodo privacy che sembra una materia spinosa: «L’utente – assicura il numero uno della Vetrya di Orvieto – non deve inserire alcun dato personale. Installata l’app sullo smartphone, questa genera un identificativo digitale anonimo. Quello che viene rilevato ai fini del tracciamento del pericolo di contagio è la mappatura degli spostamenti limitata all’incontro tra id». Non è noto cioè se l’id 505 (esempio) è stato in piazza Tacito a Terni o in piazza Garibaldi a Spoleto, ma è possibile sapere se 505 ha avuto un incontro ravvicinato con 404; persone, dietro i numeri, delle quali mai saranno svelate le generalità. Così dovrebbe funzionare e l’utente venuto a contatto con persona trovata positiva al Coronavirus, riceve un alert con invito a sottoporsi a test». Ma chi comunica al sistema che l’id 505 (esempio) è affetto da Covid-19? «L’operatore sanitario che sempre tramite smartphone aggiorna la piattaforma inserendo l’identificativo di quel soggetto come positivo».

Sogei «La vera domanda – fa notare Tomassini, che definire esperto di tecnologia è poca cosa, è chi elabora dati? Serve un’azienda statale che risiede in Italia – dice – e il riferimento è alla Sogei, la società del ministero dell’Economia e delle finanze che rappresenta un polo di eccellenza tecnologica e che custodisce già i dati di 60 milioni di cittadini italiani». Insomma la Vetrya ha pensato a tutto: «Abbiamo elaborato un modello che ha ottenuto riconoscimenti anche in ambito internazionale – dice con orgoglio Tomassini -. Un sistema di mobile e intelligenza artificiale che alcune aziende ci stanno chiedendo di poter attivare al loro interno e che abbiamo pensato di adattare anche ad un braccialetto per quei soggetti che vogliono aderire al piano di tracciamento degli spostamenti per mappare i contatti tra persone ma non possiedono uno smartphone».

Coronavirus Alla luce di tutto questo, che potrebbe essere ritenuto indispensabile per la fase 2 e quindi vista la volontarietà di adesione dovrà essere accompagnato da una straordinaria campagna di comunicazione e sensibilizzazione, sorge spontanea una riflessione. Internet e i social media in questo periodo di isolamento forzato, è innegabile, sono divenuti indispensabili per il lavoro, i rapporti interpersonali, la scuola e persino l’intrattenimento. Da esperto della tecnologia, ha chiesto Umbria 24 a Tomassini, come crede che l’esperienza del Coronavirus possa impattare sulla vita futura del nostro Paese? «L’esplosione della pandemia ha imposto un’accelerazione impressionante in termini di trasformazione digitale. Ci ha portati ad un punto di non ritorno e l’Italia sicuramente più di altre nazioni si è trovata nelle condizioni di adeguarsi in fretta perché stava più indietro. Il Coronavirus da questo punto di vista credo che possa cambiare in meglio il sistema Paese perché ci si è resi conto di come alcune attività possano essere svolte senza necessità di spostamento e come ad alcune necessità si possa rispondere con poco più di un clic. L’applicazione della tecnologia nelle nostre vite dovrebbe essere implementata».

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