Sette morti, con il bilancio delle vittime che sale a 1.537. E, anche per questo, ricoverati sostanzialmente stabili, anche se si registra un lieve aumento dei pazienti trattati in Terapia intensiva.
REGIONE LAVORA A PIANO DA 400 POSTI LETTO
Ospedali Emerge dal bollettino dell’11 gennaio 2022 sulla diffusione del Covid-19 in Umbria dove, nelle ultime 24 ore, sono stati contati altri 3.090 nuovi positivi a fronte di 24.727 test antigenici e 5.779 tamponi molecolari, che complessivamente rappresentano un nuovo record e consegnano un tasso di positività del 10,1 per cento. Come detto, alla luce dell’elevato numero di decessi, non si può parlare di una flessione dei ricoverati: attualmente nei cinque ospedali dell’Umbria sono assistite 212 persone, erano 216 nel giorno precedente, di cui 14 in terapia intensiva, erano 11 nelle 24 ore precedenti. In particolare, i pazienti positivi sono assistiti nei reparti Covid di Perugia (87 di cui sette in terapia intensiva), Terni (48 di cui sei in terapia intensiva), Foligno (34 tutti in area medica), Città di Castello (28 tutti in area medica) e Gubbio-Branca, che ne ha 15 e ha quindi superato la soglia dei 14 posti di area medica inizialmente previsti. Resta elevato, comunque, il numero dei guariti, che sono 2.315, e contengono la crescita degli attualmente positivi, che si attestano a 34.623, ossia 768 in più del giorno precedente.
«Persone con comorbilità vaccinate da più di tre mesi» In una nota la Regione spiega che le vittime erano «prevalentemente persone con preesistenti comorbilità e vaccinati con doppia dose da più di tre mesi», con il commissario regionale per l’emergenza Covid-19, Massimo D’Angelo, che aggiunge: «In fase sono decisamente esposti ad alto rischio i non vaccinati, in particolare over 60, e le persone avanti negli anni, over 80, con patologie e vaccinate con due dosi da più di 3 mesi. Nella fascia delle persone intorno ai 60 anni i decessi sono sostanzialmente quelli di pazienti non vaccinati o con un ciclo di vaccino non completo. L’analisi di questi dati – conclude D’Angelo –spinge ancora di più sulla necessità di fare il booster perché solo così si è più protetti dalla malattia grave e dal rischio di complicanze che comportano l’ospedalizzazione».
