di Cristina Todisco*

Si può riuscire con così poche parole a descrivere quella profonda esperienza? Non ho questa ambizione, ma voglio provarci! Le parole che mi escono spontaneamente dalla penna sono: abnegazione, coraggio, condivisione e umanità.

Era novembre 2020 quando appresi che avrei dovuto supportare i colleghi della Rianimazione Covid dell’ospedale di Perugia perché i pazienti stavano di nuovo aumentando. Non mi vergogno di dire che la cosa inizialmente mi ha preoccupato molto perché venivamo già da mesi difficili, faticosi, in cui la riorganizzazione del lavoro aveva coinvolto tutti. Noi della Terapia intensiva post cardiochirurgica (Tipoc) eravamo diventati l’unica Rianimazione “bianca” dell’ospedale di Perugia e questo ha comportato non poche difficoltà sia per l’aumento dei posti letto con lo stesso personale medico e paramedico, ma anche un enorme turnover di pazienti intensivi con le più svariate patologie. Ci sono momenti della nostra vita in cui eventi improvvisi e drammatici sconvolgono l’ordine delle cose, la quotidianità viene stravolta, le certezze spiazzate. In questi momenti emergono le caratteristiche più peculiari delle persone, ci si mette in discussione, ci si reinventa e ci si rimette in gioco.

Presi servizio in Rianimazione Covid dal primo dicembre 2020. Nonostante tanti anni di servizio ed esperienza in Terapia intensiva mi ritrovai in una realtà a dir poco surreale di cui fino a quel giorno avevo solo sentito parlare. In ogni singolo turno dovevi armarti di tanta forza e coraggio. Si iniziava con il momento delle “consegne” che per scelta avveniva fuori dal reparto, nella “stanza relax”, così chiamata. Momento di condivisione tra tutto il personale medico e paramedico della squadra, momento di svago per una pausa caffè o uno spuntino soprattutto per il turno uscente. Lì il confronto regnava sovrano e molto forti erano le emozioni e sensazioni che andavano dallo sconforto e paura di fallire a qualche rara gioia e soddisfazione. Anche la così detta “stanza della vestizione” era un luogo di condivisione. Entravamo come persone normali diverse l’una dall’altra e uscivano tutti uguali come degli extraterrestri totalmente mascherati da enormi tute non traspiranti, dove l’unica cosa che si intravedeva e ci distingueva l’uno dall’altro erano gli occhi e quello che essi comunicavano.

L’organizzazione del lavoro all’interno della terapia intensiva era rutinaria, i pazienti erano abbastanza omogenei per comorbidità, la malattia aveva caratteristiche peculiari, c’era un grande impegno psicofisico, si lavorava con ritmo sostenuto, con dei protocolli più o meno standardizzati, ma con aggiornamenti continui in base alla letteratura crescente. Non conoscevamo il nostro “nemico”, ma eravamo tutti indistintamente impegnati a sconfiggerlo per salvare il paziente, con poche armi a disposizione, ma con la consapevolezza che solo una cosa avrebbe reso impossibile la realizzazione di un sogno, la paura di fallire! La non effettiva conoscenza, la limitata letteratura e la enorme aggressività della patologia rendevano grande ogni piccolo successo, ogni paziente salvato con enorme fatica è stato fonte di indescrivibile gioia e di forti emozioni. Anche le tante persone che non siamo riusciti a salvare vorrei sapessero che ce l’abbiamo messa tutta.

Il momento più difficile era quando “andavamo a prendere” i pazienti nei vari reparti Covid per un peggioramento del quadro clinico che richiedeva un trattamento intensivo. Ci chiamavano i colleghi dopo giorni di ossigenoterapia e trattamenti non invasivi concordati anche con il nostro supporto in consulenza oppure dopo poche ore dal ricovero per un rapida evoluzione della malattia. Comunicare al paziente la necessità di una prosecuzione delle cure in Rianimazione rendendolo consapevole della malattia era cosa drammatica. Loro potevano vedere solo i nostri occhi e sentire la nostra voce, non avevano nessuno dei propri cari vicino e realizzavano che sarebbero entrati in Rianimazione, ma non sapevano se ne sarebbero usciti vivi e se quel dolce sonno a cui sarebbero andati incontro sarebbe mai finito.

I loro occhi erano spaventati, chiedevano aiuto, qualcuno chiedeva di telefonare alla famiglia forse per l’ultima volta, qualcuno preferiva non farlo per la forte emozione e paura. Momenti drammatici che non scorderò mai, momenti che hanno segnato profondamente la mia anima. Prima di addormentarli si cercava di infondergli coraggio e il nostro pensiero era sempre rivolto all’incertezza, alla paura di fallire. Il rapporto con i familiari è stato particolarmente intenso e l’ora del colloquio telefonico ha scandito ogni singolo giorno. La comunicazione era complessa, soprattutto all’inizio, richiedeva molto tempo perché dovevamo aiutarli a prendere consapevolezza della drammaticità della malattia e ad acquisire comunque fiducia in noi e nella scienza. Le telefonate erano lunghe ed estenuanti. La distanza imposta dalla pandemia era la cosa più difficile da accettare. Esiste un legame, normalmente interrotto dalla morte, che rende l’esperienza del vivere unica e ricca. Questo legame non si interrompe per coloro che restano, ma la separazione richiede uno spazio di cura, un rituale, un tempo per il congedo. I momenti più belli ed emozionanti erano le video chiamate dei pazienti estubati ai i loro familiari. Spesso si riunivano famiglie intere pronte a ricevere quella telefonata che rappresentava un momento di grande gioia, speranza, fiducia. 

Non so se sono riuscita a esprimere a parole quella forte emozione che ho vissuto ogni singolo giorno. Concludo ringraziando ogni componente del gruppo, il mio primario, i miei colleghi medici, infermieri, oss che con senso di abnegazione, coraggio, condivisione e umanità hanno lavorato ogni singolo giorno dimostrando un grande amore per il proprio lavoro. Un grazie va ai nostri pazienti per tutto l’amore, riflesso nei loro occhi, che ci hanno restituito più grande ed intenso.

*Cristina Todisco, responsabile Terapia intensiva Cardio-toraco-vascolare dell’ospedale di Perugia

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