Specialmente nei piccoli appezzamenti la raccolta in nero è prassi

di Chia. Fa.

«Raccogli tutto quello che vuoi, poi pesiamo e ti prendi il 60%». Se va male anche il 50 o addirittura il 40%. È così che funziona «il raccolto in nero» delle olive, tutt’altro fenomeno del «raccolto nero» da sempre cruccio degli agricoltori. Una prassi consolidata, tollerata perché parte integrante di una cultura contadina che affonda le proprie radici in un passato che, almeno in questo senso, non è mai tramontato. Ma che anzi oggi, con un costo del lavoro schizzato alle stelle e una produzione olearia non esattamente redditizia, è quanto mai praticata.

Dagli anziani ai bambini Lo fanno tutti. Dai ventenni ai novantenni, passando per i bambini. Sì, anche loro i più piccoli che con una bustina in mano si chinano, fin quando il divertimento non si esaurisce, a raccattare da terra le olive cadute dai rami, gli stessi che la mamma o il papà hanno un attimo prima ripulito. Lo fanno gli anziani nonostante la schiena curva e la vista rovinata. E lo fanno anche parecchi giovani che tutte le volte provano a chiedere soldi piuttosto che olio ma che, regolarmente, alla fine si accontentano del nettare verde brillante: «Tanto alla fine lo dovrei comprare e almeno questo è prelibato».

Condizioni L’accordo è semplice, semplicissimo: «La metà di quello che raccogli è tuo». E in linea di massima si gestisce così: un quintale di olive equivale a 15-20 litri di olio, a seconda dei periodi e delle annate. Alla fine di una giornata di lavoro, che generalmente inizia alle 8 e si conclude alle 16, viene pesato il raccolto di ogni persona e poi segnato su un brogliaccio. Si va avanti così per giorni, da fine ottobre, quando l’oliva rende poco ma bene, alla metà di novembre, quando invece l’oliva rende di più ma meno bene. Ad incaricarsi della macinazione è, generalmente, il proprietario degli olivi che poi convoca e assegna l’olio.

«Il raccolto in nero» Niente soldi, nessun contratto a chiamata e quindi nessuna assicurazione. A utilizzare questo tipo di accordo non sono naturalmente i grandi e medi produttori, sottoposti a stringenti controlli, bensì i piccoli proprietari che magari di olivi nei propri terreni ne hanno  quattrocento ma anche mille, milleduecento al massimo. Lo fanno perché pagare anche solo sei o sette euro l’ora la manovalanza non è più conveniente, neanche in nero. Ma lo fanno anche perché l’olio nostrano non ha più quel gran mercato che aveva una volta, basti pensare che oggi, a raccolta stagionale praticamente conclusa, di olio 2010 nei grandi serbatoi d’acciaio inox  ce n’è ancora molto.