Il settore dell'industria e dei servizi è quello più pericoloso (foto Fabrizi-U24)
Il settore dell’industria e dei servizi è quello più pericoloso (foto Fabrizi-U24)
Il settore dell’industria e dei servizi è quello più pericoloso (foto Fabrizi-U24)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

E’ un bilancio «in chiaroscuro» quello tracciato dall’Inail nell’ultimo rapporto presentato mercoledì che ha al centro gli infortuni sul lavoro nella regione. Se da una parte, infatti, gli incidenti nel 2011 calano in modo netto e più consistente rispetto all’anno precedente, l’Umbria rimane in vetta alle regioni italiane per quanto riguarda l’indice di frequenza: tra inabilità temporanea, permanente e casi mortali, l’Umbria nel triennio 2007-2009 (l’ultimo messo a disposizione nel rapporto Inail) fa registrare 35,42 infortuni ogni mille addetti. Nel complesso così l’indice di frequenza risulta più alto della media italiana del 41%.

Trend in calo Nel 2011 sono stati 13.343 gli infortuni sul lavoro denunciati e, secondo lo studio, prosegue il trend di decrescita degli incidenti con un meno 10,3% rispetto al 2010. Numeri confortanti e oltre la media nazionale (-6,2%) se confrontati ai 15.295 del 2009 e ai 17.101 del 2008 e ai 18.836 del 2006. In aumento invece i casi mortali passati dai 16 del 2010 ai 18 del 2011. Una triste contabilità che si mostra comunque stabile se si prendono in considerazione gli anni passati: dopo il numero particolarmente alto del 2006 infatti (27), i morti sul lavoro sono stati 19 nel 2007, 16 nel 2008 e 17 nel 2009.

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Industria la più pericolosa Viste le maggiori dimensioni, ovviamente la maggior parte degli infortuni è stata registrata in provincia di Perugia (10.884 casi), mentre il settore con la più alta frequenza è quello dell’industria e dei servizi (11.289), seguito da agricoltura (1.428) e dipendenti «in conto Stato» (626). I settori più pericolosi sono invece quelli della manifattura (in particolare metalli e alimentari), delle costruzioni, del commercio e dei trasporti. In calo anche gli infortuni occorsi a persone straniere (2.191 contro i 2.521 del 2010), che sono per lo più rumene, albanesi e marocchine.

Le ombre Le ombre come detto emergono se si considerano altri parametri. All’interno di quei 35,42 infortuni indennizzati ogni mille addetti infatti, il poco invidiabile primato umbro rimane per tutte le tipologie di conseguenze: 32,35 per mille per quanto riguarda l’inabilità temporanea (la media nazionale è 23,40), 2,97 per l’inabilità permanente (1,69 in Italia) e 0,10 per gli infortuni mortali contro una media del Paese pari a 0,06. Complessivamente quindi viene fuori un indice superiore del 41%. L’elemento confortante sta invece nel fatto che seppur sempre al primo posto l’indice passa dal 40 per mille del triennio 2006-2008 al 35,42 di cui sopra.

Le possibili cause A spiegare le possibili cause di questi numeri è l’Inail stessa: «Tra le cause che rendono il tessuto produttivo dell’Umbria particolarmente rischioso – è scritto – il fatto che vi operano imprese che sono per lo più di piccole dimensioni, artigianali, con una forte presenza dei settori delle costruzioni edili e delle lavorazioni di materiali per l’edilizia e produzione di ceramica. Anche le attività legate all’industria metallurgica contribuiscono, unitamente ai settori precedenti, a rendere particolarmente elevato il rischio da infortunio».

Malattie professionali Da ultimo l’Inail mette in evidenza un dato in controtendenza, ovvero quello dell’aumento delle malattie professionali: 1.419 casi denunciati nel 2011 (+6,2%). «Questo – è scritto nel rapporto – per via della l’aumentata sensibilizzazione e informazione svolta nei confronti dei datori di lavoro e dei lavoratori da parte di Inail ma anche dei sindacati, delle associazioni di categoria, dei patronati e dei medici di famiglia nonché l’entrata a regime delle nuove tabelle, in base al decreto ministeriale del 9 aprile 2008 che ha previsto come tabellate numerose malattie professionali».

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