Le nuove evidenze scientifiche su microplastiche e Pfas stanno spostando in avanti il confine della conoscenza sui rischi ambientali e sanitari legati alla plastica. Gli studi più recenti, resi noti da un articolo del Sole 24 Ore, aggiungono elementi inediti a un quadro già complesso e impongono una lettura aggiornata anche per territori come l’Umbria, che finora si sono collocati ai margini delle grandi aree industriali responsabili delle principali emissioni. Quanto accade al sistema ‘plastiche’ vede tuttavia la nostra regione completamente coinvolta sia nelle dinamiche di raccolta, trasformazione e produzione, sia in quelle dello smaltimento e delle conseguenze nell’ambiente e sull’uomo, pur limitatamente rispetto ad altre grandi aree del paese.
La ricerca scientifica sta chiarendo due aspetti centrali. Da un lato, cresce la consapevolezza sugli effetti delle micro e nanoplastiche sull’organismo umano, con studi che ne documentano la presenza in organi vitali e ne collegano l’accumulo a processi infiammatori, cardiovascolari e neurologici. Dall’altro, si accelera il superamento dei Pfas, le cosiddette “sostanze perfluoroalchiliche”, considerate tra le principali fonti di contaminazione persistente, attraverso l’abbandono produttivo da parte di grandi gruppi chimici e lo sviluppo di materiali alternativi.
Le ricerche più recenti mostrano che microplastiche e nanoplastiche sono ormai diffuse in tutto il corpo umano. Studi condotti negli Stati Uniti e in Italia hanno rilevato accumuli nel cervello, nelle carotidi e in altri tessuti, con correlazioni significative con patologie cardiovascolari e neurodegenerative. In particolare, un lavoro dell’università del New Mexico ha riscontrato concentrazioni fino a dieci volte superiori di plastica nel cervello di persone affette da demenza, mentre una ricerca italiana ha collegato la presenza di microplastiche nelle placche carotidee a un aumento marcato del rischio di ictus e infarto. La comunità scientifica concorda sul fatto che il problema non è più la sola esposizione, ma l’accumulo nel tempo e la difficoltà dell’organismo di smaltire queste particelle.
Parallelamente, sul fronte industriale qualcosa si muove. Diverse multinazionali della chimica stanno riducendo o eliminando la produzione di Pfas, spinte dall’aumento dei contenziosi legali e dalle restrizioni in discussione a livello europeo. Si tratta di un passaggio rilevante, perché i Pfas, pur rappresentando solo una parte del mercato della plastica, comprendono migliaia di sostanze altamente persistenti, utilizzate in prodotti di largo consumo e da tempo associate a effetti sanitari critici.
Accanto all’uscita graduale dai Pfas, la ricerca sta esplorando nuove strade per materiali alternativi. Dopo la stagione delle bioplastiche derivate da colture alimentari, emergono soluzioni basate sulla cellulosa, in particolare quella ottenuta da processi di fermentazione di scarti vegetali. Anche nella nostra regione, come nelle marche sono in attività laboratori che producono cellulosa dagli scarti, ad esempio, della lavorazione del vino. Materiali come quelli sviluppati in Europa e in Asia promettono caratteristiche di resistenza e versatilità simili alle plastiche tradizionali, ma con una degradabilità molto più rapida e senza generare microplastiche persistenti.
In questo scenario globale, l’Umbria parte da una posizione peculiare. I dati ufficiali sulle emissioni aeree dichiarate di gas fluorurati nel periodo 2007–2023 collocano la regione tra le meno esposte a livello nazionale, con quantitativi marginali rispetto ai grandi poli industriali del Nord. Anche i monitoraggi condotti sulle acque potabili non hanno evidenziato, finora, criticità diffuse riconducibili ai Pfas. Questo non significa però che il territorio sia al riparo dai rischi emergenti descritti dalla ricerca.
Le microplastiche, infatti, non dipendono solo dalle emissioni industriali dirette. Provengono dalla frammentazione dei rifiuti plastici, dall’usura di tessuti sintetici, pneumatici e imballaggi, e si diffondono attraverso aria, acqua e suolo. Anche un territorio con basse emissioni storiche può quindi essere esposto a contaminazioni diffuse, difficili da intercettare con gli strumenti tradizionali di monitoraggio ambientale.
Il quadro umbro va poi letto alla luce della crisi della filiera del riciclo. L’allarme lanciato a livello nazionale dall’industria del riciclo delle plastiche riguarda anche una regione che ha costruito buoni risultati sulla raccolta differenziata, ma che fatica a trattenere sul territorio la fase industriale della trasformazione. Una parte significativa della plastica raccolta viene avviata al recupero energetico e non al riciclo di materia, con il rischio di alimentare ulteriormente i flussi di combustione e la dispersione di sostanze indesiderate.
Le nuove ricerche rafforzano dunque una consapevolezza: la partita non si gioca solo sulle emissioni dichiarate o sui grandi impianti industriali, ma sulla gestione complessiva del ciclo della plastica, dalla produzione al fine vita. Per l’Umbria la sfida è duplice. Da un lato mantenere e rafforzare un sistema di monitoraggio ambientale capace di intercettare anche contaminazioni diffuse e non immediatamente visibili. Dall’altro evitare che, in un contesto di crisi del riciclo, il territorio diventi un terminale di combustione o smaltimento, senza benefici industriali e con rischi ambientali difficili da misurare.
Le novità della ricerca indicano con chiarezza che il problema delle microplastiche e dei Pfas non è più rinviabile. Anche per regioni considerate marginali dal punto di vista industriale, come l’Umbria, il tema si sposta sempre più dalla quantità delle emissioni al controllo dei processi, alla qualità dei materiali e alla capacità di prevenire accumuli invisibili ma potenzialmente dannosi nel lungo periodo.
