Il cardinale Gualtiero Bassetti

di Maurizio Troccoli
Twitter@MauriTroccoli

Tra i più ‘bergogliani’ dei cardinali, fonti di Umbria24 confermano che Bassetti ha intensificato le sue visite a Santa Marta, fino ad ogni dieci giorni. Quelle ufficiali, risultano molte di meno. Ma c’è una intensa comunicazione tra i due. Quanto basta per alimentare la curiosità e provare a raggiungerlo durante i lavori del sinodo. Ecco l’intervista esclusiva.

Lei, un sacerdote, un vescovo e ora un cardinale di strada e di periferia. Innestato nelle vicende umane del lavoro e delle famiglie. Quali sono le reali difficoltà interne alla Chiesa, da superare, per rispondere adeguatamente al desiderio di Francesco di trasformarla in maniera più simile a un ‘ospedale da campo’ invece che a un ‘hotel’ o a un ‘parlamento’?

Più che delle “difficoltà interne” della Chiesa parlerei dell’altezza della sfida che Francesco ha proposto ad ogni credente. Una sfida che consiste in un radicale cambio di prospettiva: ovvero, essere autenticamente una Chiesa in uscita. Ovviamente, uscire non vuol dire fare una passeggiata a Corso Vannucci o prendere il Minimetrò per andare alla Fiera dei morti, ma significa, prima di tutto, compiere quello che ha fatto il Samaritano. Il quale, prima di essere «buono» e di prendersi cura di quell’uomo che scendeva da Gerusalemme ferito dai briganti, ha messo da parte tutti i suoi pregiudizi e i suoi schemi mentali per andare verso quel moribondo sul ciglio della strada. Questo è ciò che la Chiesa è chiamata a fare oggi: mettere da parte ogni mentalità burocratica, farisaica e legalistica, per uscire da se stessa, mettersi in una dimensione di conversione permanente e impastarsi, sporcandosi la tonaca, con le donne e gli uomini di oggi sempre più chiusi nel loro piccolo mondo fatto di svago e lavoro massacrante o, all’opposto, di solitudine e precarietà disumana. La guerra di oggi non è solo quella combattuta con le armi, ma è anche una battaglia quotidiana costituita da umiliazioni e fallimenti che feriscono profondamente l’anima delle persone. Per questo il Papa evoca l’ospedale da campo. Insomma, se proprio vogliamo prendere il Minimetrò bisogna usarlo per andare nei crocicchi delle strade e annunciare il Vangelo: per esempio a Pian di Massiano, a Fontivegge o a Piazza del Bacio tra migranti, tossicodipendenti e prostitute.

Lei, cardinale in una delle realtà più secolarizzate d’Italia, nell’Umbria laica e rossa, ha imparato a governare la sua chiesa aprendola alla società, nel dialogo anche con un certo mondo ateo. Cosa può apprendere, da questa esperienza, quella chiesa che teme il ‘relativismo’ e il cambiamento?

Il dialogo con tutti coloro che lo vogliono è assolutamente fondamentale. E ne ho fatto, da sempre, una ragione di vita. Mi ricordo ancora a Massa Marittima, da giovane vescovo, con i minatori dentro la miniera. Oppure durante gli incontri della pace nella cittadella di Rondine ad Arezzo tra studenti che appartenevano a nazioni in guerra. O infine gli innumerevoli incontri ecumenici anche qui a Perugia con don Elio Bromuri. Ovviamente, però, e lo dico sorridendo, la cultura del dialogo non l’ho inventata certamente io ma fa parte del Dna del cristianesimo ed è uno dei grandi lasciti del Concilio Vaticano II.
Qui in Umbria ho cercato di stimolare quello che già era presente da tempo. In questa piccola regione, infatti, c’è storicamente una vivace cultura del dialogo. Da un lato, ci sono sorgenti di spiritualità antichissime, tutt’ora vivissime, che hanno fatto del confronto un segno distintivo della loro storia – penso per esempio al grande albero francescano – e, dall’altro lato, c’è una cultura laica altrettanto desiderosa di momenti di dialogo – penso per esempio alla figura di Aldo Capitini – e solitamente propensa alla costruzione di luoghi di incontro, per esempio con lo straniero e il forestiero.

I lavori del sinodo sono stati mediaticamente inaugurati dalle dichiarazioni di monsignor Krzysztof Charamsa che, nel suo dichiararsi gay, denuncia una chiesa ossessionata e omofoba. Queste dichiarazioni hanno avuto qualche influenza nel dibattito sinodale?

Come ho già avuto occasione di dire, queste dichiarazioni, fatte con quelle modalità, lasciano spazio solo alla tristezza. Non aiutano nessuno. E producono solo effetti giornalistici che si allontanano dalla realtà dei fatti. Il dibattito sinodale, infatti, è vivo, schietto e molto sereno. Se penso che nel circolo minore dove sono io il dibattito è scandito dalle poppate del piccolo Davide – il neonato di una famiglia di Roma invitata al Sinodo come uditori – provo solamente rammarico per queste uscite eccessivamente mediatiche.

Cosa si sente di dire ai tanti omosessuali della sua diocesi che vorrebbero sentire un suo messaggio dal sinodo?

Mi sento di dire con assoluta pacatezza e certezza che per la Chiesa esistono le persone nella loro interezza, nella loro intima dualità di anima e corpo e non ci sono individui di serie A o di serie B. Dal Sinodo non verrà certo alcun messaggio di chiusura ma si discuterà di tutti i temi presenti nell’Instrumentum laboris tra cui la necessità di una maggiore attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale: uomini e donne che, in quanto figlie di Dio, dovranno essere accolte nella Verità con rispetto e delicatezza, evitando ogni discriminazione. Altrettanto, certamente, però, non possiamo dimenticare che la dimensione del peccato esiste ed è la condizione in cui si trovano a vivere tutti gli uomini e le donne. Insomma, attenzione e cura pastorale verso tutti coloro che desiderano abbeverarsi alla sorgente del Signore.

Quanto cambiamento ha compiuto Bergoglio nella chiesa? Quanto ancora ne riuscirà a compiere? E quanta resistenza c’è, ancora oggi, nelle gerarchie vaticane, rispetto alla rivoluzione Bergogliana?

Io penso che papa Francesco stia dando moltissimo alla Chiesa e che questo pontificato sarà ricordato nella storia della Chiesa come un momento di svolta. Prima però di parlare di «rivoluzione Bergogliana» bisogna chiarire, con grande nettezza, che ad essere rivoluzionario è il cristianesimo. Esso, infatti, cambia, per la prima volta nella storia, il modo di guardare l’uomo, fornendogli una dignità altissima, e abolisce ogni tipo di discriminazione. Con Gesù ci sono le donne. E questo è già di per se un fatto epocale! Poi ci sono le peccatrici come Maddalena, gli esattori delle tasse come Matteo e pescatori ignoranti come Pietro. E Gesù muore in croce dando tutto se stesso per amore di ogni essere umano. Questo è il cristianesimo! Ritengo che Papa Francesco, evangelicamente, stia cercando di cambiare il modo di guardare il mondo attraverso la rivoluzione della tenerezza. Una rivoluzione dell’anima che si prefigge di combattere un’attitudine piccolo borghese, come avrebbe detto Emmanuel Mounier, caratterizzata da un granitico legalismo che finisce per impedire ogni nuova irruzione dello Spirito santo nella vita degli uomini. Invece, come ci ha insegnato san Giovanni Paolo II, dobbiamo fare l’opposto: aprire i nostri cuori a Cristo e non aver paura delle nuove sfide che ci si pongono davanti, a cui dobbiamo dare delle risposte concrete. Con Gesù al nostro fianco non dobbiamo temere nulla!

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