Agricoltura ed edilizia. È in questi due settori che, secondo la denuncia dell’ex segretario regionale della Cgil Mario Bravi, anche in Umbria si possono trovare forme di caporalato. «Soprattutto nella coltivazione del tabacco nell’area del marscianese – scrive -, ci sono imprenditori, meglio sarebbe definirli agrari, che utilizzano lavoratori del terzo e del quarto mondo e, con il ricatto e la pressione del permesso di soggiorno, li si costringe a ritmi di lavoro che vanno dall’alba alla sera, e che a una regolarità formale delle buste paga fanno corrispondere trattenute per l’utilizzo indotto di veri e propri tuguri, dove dormire, sempre di proprietà dello stesso titolare». A ciò si aggiunge il fatto che «questi lavoratori stagionali sono costretti anche a farsi carico delle spese per il trasporto dall’alloggio ai campi di coltivazione del tabacco, addirittura a pagarsi l’acqua minerale, con il risultato finale che la loro busta paga risulta più che dimezzata».
La denuncia Secondo Bravi «il fenomeno non è ridotto solo alla coltivazione del tabacco ma riguarda altre produzioni e, nella crisi che non è assolutamente finita, rischia ulteriormente di allargarsi. Per questo è importante accendere i riflettori anche nella nostra regione per evitare il diffondersi ulteriore di queste pratiche e per stroncare ogni forma di imbarbarimento del mondo del lavoro di cui il caporalato rappresenta il fenomeno più preoccupante». Insomma, benché in Umbria non si siano verificati casi drammatici come quelli che hanno riempito le cronache nazionali in queste settimane, il Cuore verde non è esente da fenomeni di sfruttamento, specialmente ai danni dei lavoratori più deboli e meno protetti.
Dalle parole ai fatti Su questo Bravi chiede alla sinistra, e non solo, di aprire una riflessione affinché vengano assunte «iniziative che stronchino la mercificazione delle persone ridotte in vere e proprie condizioni di totale subalternità. Il Governo su sollecitazione della Flai–Cgil ha promesso iniziative di contrasto. Vedremo se dalle parole si passerà finalmente ai fatti costituendo veramente una rete del mondo agricolo basato sulla qualità e sui diritti». Se casi anche in Umbria non mancano va anche però sottolineato, come si può evincere dal secondo rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, relativo al 2014, che la situazione in Umbria è nettamente migliore se confrontata a quella di altre regioni.
Il rapporto L’indagine è stata realizzata sulla base dei numeri dell’Inps, intervistando direttamente i protagonisti, raccogliendo le dichiarazioni dei sindacalisti provinciali e registrando le inchieste aperte dalle varie procure in merito a reati che riguardano il settore agroalimentare. Il giudizio espresso dagli intervistati delle province umbre è sostanzialmente positivo: le condizioni di lavoro vengono giudicate tutto sommato piuttosto buone, ma non bisogna abbassare la guardia. «Ad oggi – si legge nel documento – non si rilevano in Umbria fenomeni di forte esposizione alle infiltrazioni malavitose da destare attenzione e rilevanza mediatica e quantomeno giudiziaria. Solo nel comune di Terni si possono rilevare alcune situazioni borderline nelle attività appaltate sulla manutenzione del verde pubblico, ma che non sono (ancora) sfociate in azioni giudiziarie o investigative».
I numeri Secondo i dati in Umbria il tasso di irregolarità in agricoltura è passato, dal 2000 al 2009, dal 14,8 al 21 per cento. Complessivamente gli occupati del settore agroalimentare sono 16.500, dei quali 8.300 nel comparto agricolo e 6.600 in quello industriale, 1.080 invece lavorano nelle cooperative agricole e 591 nel comparto ortofrutta. Un lavoratore su tre è straniero, con un’incidenza superiore nella provincia di Perugia rispetto a quella di Terni. Guardando alle varie nazionalità, su 5.700 stranieri sono i romeni i più numerosi con 1.600 addetti, mentre 790 sono i marocchini e 570 gli albanesi. Molte braccia inoltre arrivano dalle vicine province italiane, come Roma, Ancona e la Toscana in generale. L’altro dato da tenere in considerazione riguarda il fatto che le due province umbre (insieme all’Emilia Romagna, alla Toscana e al Lazio) rientrano entrambe tra i distretti agroalimentari a rischio in quanto i lavoratori, con un’alta confluenza di immigrati, vengono impiegati per oltre cinque mesi consecutivi, per lo più da maggio a settembre.
