«Non c'è un pianeta B»

«In sessant’anni (dal 1961 al 2018) in Umbria le temperature medie si sono innalzate di 2 °C con punte di 3 °C in alcuni comuni tra cui Gubbio, Valfabbrica, Sigillo, Giano dell’Umbria, Trevi, Arrone, Sant’Anatolia di Narco e Vallo di Nera. Secondo l’Istat, Perugia e Roma sono i capoluoghi di regione che nel 2018 hanno fatto registrare la differenza maggiore rispetto al valore climatico del periodo 1971-2000. Quanto alle precipitazioni, con 22 giorni di pioggia in meno rispetto alla media 1971-2000 e 15 in meno rispetto al 2007-2016, a Perugia il cumulato totale annuo è diminuito di 49,1 millimetri rispetto al 2007-2016. Secondo il rapporto 2022 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, il rischio frane può aumentare del +107% se non si fermano le emissioni e i danni sarebbero devastanti. Lo stesso rapporto prevede come molto probabile il superamento dei 2 °C nel 2041-2060. E per il ventennio 2081-2100 la previsione drammatica è di 3,3 °C – 5,7 °C. L’ultima volta che la temperatura superficiale globale ha raggiunto tali temperature è stato più di 3 milioni di anni fa». A riportare questi dati è il capogruppo del M5s in Regione Thomas De Luca che annuncia come il prossimo 5 aprile sarà discussa a palazzo Cesaroni la sua proposta di legge per la lotta ai cambiamenti climatici.

Movimento cinque stelle «L’emergenza climatica – questo il monito del pentastellato – non è uno slogan, ma un fatto scientifico inoppugnabile. L’aumento delle temperature cambierà radicalmente il nostro territorio ed è questo il momento di agire. Il 5 aprile il consiglio regionale discuterà la proposta di legge presentata dal consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, Thomas De Luca, sulle norme per l’adattamento ai cambiamenti climatici e il contrasto all’emergenza ambientale. Un provvedimento con il quale la Regione Umbria dovrebbe dichiarare ufficialmente lo stato di emergenza climatica sviluppando un piano di adattamento che tenga conto dell’aumento delle temperature medie e dei fenomeni che ne conseguono. Nella proposta di legge è prevista l’istituzione di un comitato tecnico scientifico deputato proprio a valutare i possibili scenari e sviluppare strategie di adattamento.  L’impatto dei cambiamenti climatici sull’economia italiana potrebbe essere di sette volte maggiore rispetto alle stime considerate fino ad oggi. Stime che arrivano per la seconda metà del secolo all’8,5% di perdita di Pil, di molto superiori a quelle precedenti che risultavano al massimo nell’1 o 2% di perdita di Pil. Dati che dimostrano per l’ennesima volta la necessità di adottare politiche efficaci di adattamento ai cambiamenti climatici».

Consorzio Tevere-Nera È in questo contesto, sottoposto a modifiche profonde e peggiorative dell’ambiente che il consorzio Tevere.Nera si trova a operare: «Abbiamo da poco dato inizio ai festeggiamenti per i cento anni di vita dei Consorzi – spiega il presidente Massimo Manni. Un’occasione di confronto con i vertici nazionali per ribadire le nostre strategie di lavoro su diversi fronti. – In primis, quello dei cambiamenti climatici, relativi al problema siccità (solo nel mese di febbraio le precipitazioni sono calate dell’87,1%) e alluvioni. Quello della siccità è un problema gravoso. In tutta Italia si sta progettando una rete di invasi artificiali, da sviluppare entro i prossimi anni. Si tratta di bacini che consentono di accumulare riserve di acqua consistenti durante la stagione invernale e di usufruirne poi durante la stagione secca. Anche nel territorio di sua competenza, il Consorzio sta già individuando dove poter posizionare gli invasi per avere sempre disponibili scorte d’acqua. Per contrastare invece le alluvioni, i Consorzi intervengono con la salvaguardia idrogeologica».

I canali Oltre al Nera, il Consorzio opera su torrenti e fossi, che insistono su ben 35 Comuni tra Umbria e Lazio. Spetta al Consorzio anche la manutenzione di più di 200 chilometri di canali (tra cielo aperto e coperto) alimentati dal fiume Nera. Tutti canali destinati all’irrigazione, che vanno continuamente curati, mantenuti e riparati. «Occorre studiare – prosegue Manni – una nuova modalità di fare agricoltura, che sia 4.0. L’autosufficienza alimentare non può prescindere da una corretta gestione delle acque. Basti pensare che – ad oggi – l’85% del made in Italy agroalimentare, ovvero circa il 25% del Pil, dipende dalla disponibilità d’acqua. C’è poi il tema della transizione ecologica. Tema che non può più essere un mero slogan ma diventare colonna portante per ripensare ad una nuova funzione dei consorzi, in ottica sostenibile.
In questo senso le energie rinnovabili giocano un ruolo decisivo. Dal fotovoltaico all’idrico, passando per gli impianti eolici e la geotermia: su queste fonti i Consorzi possono giocare la loro parte, difendendo l’ecosistema».

Progettazione che valga un secolo «Tutto questo – sottolinea il presidente – deve farci ragionare sui progetti che abbiano una durata di 100 anni, non più del solo domani, facendo leva soprattutto sulla digitalizzazione. Ogni anno – conclude Manni – sono circa 92mila i contribuenti chiamati a pagare la tassa Tevere-Nera. Un ampio raggio che comprende 35 comuni, così ripartiti: 23 Comuni nella Provincia di Terni; 9 Comuni nella Provincia di Viterbo; 3 Comuni nella Provincia di Perugia. La risposta alla domanda: ‘Ma dove vanno a finire i soldi che paghiamo?’ è presto data. Confluiscono in tutte le attività che il Consorzio Tevere-Nera svolge quotidianamente e annualmente su un territorio così vasto. Servono a portare avanti progetti che proteggano l’ambiente in cui viviamo, con l’obiettivo di lasciare alle future generazioni un mondo migliore».

 

 

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