Un reparto dell'ospedale di Perugia (©️Fabrizio Troccoli)

di Maurizio Troccoli

A fare due conti le Regioni sono messe male. E saranno messe peggio. Se la direzione continua a essere quella indicata dagli atti del Governo – non c’è dubbio – il peso della sanità pubblica, graverà in primo luogo sulle Regioni, ma soprattutto sui cittadini. Sia attraverso maggiori imposizioni che ricorrendo alla sanità privata. Non è difficile da comprendere: la percentuale di spesa per la sanità pubblica continuerà a essere sotto la soglia del 6,5% in rapporto al Pil. Significa che a quella data mancheranno 30 miliardi in Italia per pagare quelli che oggi consideriamo servizi sanitari fondamentali. Lo dice Gimbe, analizzando il documento di finanza pubblica 2026, approvato il 22 aprile.

Il presidente Nino Cartabellotta parla di «bomba a orologeria» per i bilanci regionali. «In assenza di consistenti, ma poco realistici, investimenti dalla prossima legge di bilancio – afferma – questo squilibrio non potrà che scaricarsi sulle Regioni, costrette ad aumentare la pressione fiscale o a tagliare i servizi».

Il dato di fondo è stabile: la spesa sanitaria rimane al 6,3% del Pil nel 2025 e al 6,4% nel 2026, quota che resta sostanzialmente invariata fino al 2029. In valore assoluto, però, la spesa cresce: 141,5 miliardi nel 2025, 148,5 miliardi nel 2026, fino a superare i 159 miliardi nel 2029. Un aumento che, secondo Gimbe, non basta a tenere il passo con i bisogni sanitari e con la crescita del Pil.

Nel dettaglio, il consuntivo 2025 segna una spesa di 141,5 miliardi, in aumento di 3,2 miliardi rispetto al 2024. Un incremento inferiore alle previsioni precedenti, segnale – sottolinea la fondazione – di stime spesso riviste al ribasso.

Per il 2026 la spesa prevista sale a 148,5 miliardi, quasi 7 miliardi in più, ma a fronte di un fondo sanitario nazionale fissato a 143,1 miliardi. Qui si apre il primo squilibrio: circa 5,4 miliardi di differenza tra spesa stimata e risorse disponibili.

Il problema diventa strutturale nel triennio successivo. Le stime indicano 151,2 miliardi nel 2027, 155,1 nel 2028 e 159,4 nel 2029, mentre il finanziamento pubblico cresce meno. Il risultato è un divario che aumenta anno dopo anno: 7,1 miliardi nel 2027, 10,1 miliardi nel 2028, 13,4 miliardi nel 2029. Complessivamente, tra il 2027 e il 2029, lo scarto arriva a 30,6 miliardi a livello nazionale.

È questo il nodo centrale: la sanità pubblica continua a crescere in valore assoluto, ma non abbastanza rispetto ai bisogni e alle risorse necessarie per garantire i livelli essenziali di assistenza. Secondo Gimbe, si tratta di «una scelta politica precisa, non di un effetto automatico».

Questo squilibrio si scarica direttamente sulle Regioni, che gestiscono la sanità. In assenza di risorse aggiuntive, le strade sono due: aumentare le tasse locali o ridurre i servizi.

Il fondo sanitario assegnato all’a regione ‘Umbria è di circa 2,3 miliardi l’anno (dato consolidato negli ultimi riparti del fondo sanitario nazionale). La spesa sanitaria complessiva regionale, considerando anche costi aggiuntivi e dinamiche di sistema, tende però a essere superiore.

Applicando lo stesso schema nazionale, lo scarto si traduce in una pressione crescente sui conti regionali. Se il finanziamento statale cresce meno della spesa necessaria, la differenza deve essere coperta dalla Regione. In termini semplici: se aumentano i costi della sanità (personale, farmaci, servizi) ma i trasferimenti statali non crescono allo stesso ritmo, la Regione deve trovare le risorse mancanti. In Umbria questo significa intervenire sul bilancio regionale, con effetti che possono riflettersi su tasse locali o organizzazione dei servizi.

Il punto, evidenziato dall’analisi Gimbe, è che il problema non riguarda singole Regioni ma l’intero sistema. L’Umbria, come le altre, si trova dentro un meccanismo in cui la distanza tra spesa reale e finanziamento pubblico è destinata ad allargarsi nei prossimi anni. Trovare risorse alternative senza limitare i servizi o ricorrere all’aiuto dei cittadini è operazione realmente complessa. Lo conferma l’attualità della finanza pubblica regionale. Tuttavia la governance dell’Umbria ha talmente rimarcato il primato della sanità pubblica da farne un segno distintivo dell’attuale legislatura. L’azione politica regionale dovrà misurarsi con un dato di fatto nazionale che impegna a una sfida da coraggiosi.

Secondo l’analisi, il rischio è concreto: senza un aumento significativo delle risorse nella prossima legge di bilancio, senza cioè un diretto impegno del Governo centrale che somiglia più a una illusione che a una speranza plausibile, la capacità delle Regioni di garantire i servizi sanitari è a rischio, con effetti diretti su tempi di attesa, accesso alle cure e spesa a carico dei cittadini.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.