di Daniele Bovi
La misura dell’aptoglobina viene principalmente utilizzata per rilevare e valutare l’anemia emolitica. Tra non molto se, ad esempio, un cittadino dell’Alto Chiascio dovrà fare questo esame potrà fare il prelievo a Umbertide e, da lì, la provetta verrà trasportata prima all’ospedale di Città di Castello e poi approderà in quello di Perugia, dove l’esame sarà svolto. È questo un esempio di come funzionerà il nuovo modello di gestione dei laboratori di analisi dell’Umbria, al centro di un documento approvato nelle scorse ore dalla giunta regionale.
Obiettivi e risultati Modello che si pone fondamentalmente l’obiettivo di «razionalizzazione e valorizzazione delle risorse finalizzate a un efficientamento della rete regionale dei servizi di diagnostica di laboratorio con miglioramento nella qualità delle prestazioni in favore dei cittadini». Ma non solo: la Regione chiede ai direttori un «piano di appropriatezza» per ridurre le prestazioni ordinarie e il numero delle urgenze sul totale delle prestazioni richieste, nonché un «progetto di riallocazione del personale impiegato nella rete al fine di raggiungere uno standard medio di prestazioni per addetto». Due poi i risultati attesi: risparmiare grazie a un più efficiente utilizzo di strumentazioni e reattivi e migliorare la gestione dello smaltimento dei rifiuti di laboratorio che, solo a Perugia e Terni, costa ogni anno circa 1,7 milioni di euro.
Revisione Della riorganizzazione si parla ormai da un anno, cioè da quando Palazzo Donini aveva affidato a Carla Ferri, ex direttrice del laboratorio centralizzato di Patologia clinica ed Ematologia dell’ospedale di Perugia, l’elaborazione di una revisione complessiva. Percorso arrivato a conclusione con il disco verde da parte della giunta. Il nuovo assetto prevede che due laboratori (detti «hub) – quelli degli ospedali di Perugia e Terni – eseguano ogni tipo di prestazione, altri cinque (detti «spoke») in altrettanti ospedali di primo livello (Castello, Foligno, Orvieto, Gubbio e Spoleto) in cui verranno fatti tutti i tipi di analisi a parte quelli legati all’alta specialità e, infine, sette laboratori in altrettanti presidi di base (Castiglione, Assisi, Pantalla, Umbertide, Norcia, Narni e Amelia) in cui saranno garantite le prestazioni a bassa complessità.
Riassetto Questi ultimi, in particolare, sono punti di prelievo che garantiranno le prestazioni ai soli pazienti interni e a quelli che arrivano nei pronto soccorso. L’esempio di percorso citato in apertura – quello che va dal punto di prelievo all’hub – è il più complesso; in altri casi la provetta potrebbe fermarsi in uno dei cinque spoke. Al vertice di tutto però c’è quella che nel progetto di riassetto viene definita una «conditio sine qua non», ovvero un Sistema informativo di laboratorio unico a livello regionale. Nel giro di tre mesi ora dovrà essere messo nero su bianco da parte di Usl e ospedali il piano attuativo.
Il precedente e i punti deboli L’ultimo riassetto, che risale al 2018, prevedeva cinque centri hub (negli ospedali di Perugia, Terni, Foligno, Orvieto e Castello) e nove spoke a Castiglione, Pantalla, Branca, Umbertide, Amelia, Nardi, Spoleto, Assisi e Nocera. Ferri nello studio di un anno fa aveva individuato diversi punti deboli: eccessiva frammentazione della rete, che prevede centri diagnostici spoke anche in strutture ospedaliere con un numero limitato di dimissioni, troppe duplicazioni nella tipologia di esami anche nei centri vicini agli hub di primo livello e una «disomogenea distribuzione» dei cittadini residenti rispetto a dotazioni tecnologiche e mission dei centri hub di primo e secondo livello.
