Greenpeace, Legambiente e Wwf contestano la legge umbra sulle rinnovabili, sostenendo che sia «poco coraggiosa» e che «imponga pesanti restrizioni» alla realizzazione degli impianti, introducendo «gravi e manifesti profili di illegittimità». Nel mirino delle associazioni ambientalisti ci sono presunti «limiti ostativi» e quindi «ostacoli» per «lo sviluppo delle fonti rinnovabili» in Umbria. Immediata la replica dell’assessore all’ambiente Thomas De Luca che è di fatto l’autore della legge 7 del 2025, il quale si dice «esterrefatto» dalla posizione di Greenpeace, Legambiente e Wwf, per poi sottolineare come le norme approvate dal consiglio regionale «non rappresentino un freno, ma una legge di giustizia climatica per l’indipendenza energetica dell’Umbria attraverso le rinnovabili che è stata scritta sia per le imprese che per le famiglie umbre e non per dare carta bianca agli interessi degli speculatori». In ogni caso De Luca «invita ufficialmente i presidenti nazionali di Greenpeace, Legambiente e Wwf Italia a un confronto incontro pubblico qui in Umbria».
Nel merito, le tre associazioni bollano come «criticità più evidenti», non soltanto la «retroattività della disciplina di non idoneità sui procedimenti in corso», su cui si è già espresso il Tar del Lazio, ma anche «l’introduzione di divieti assoluti, ovvero aree “vietate” all’installazione di impianti fotovoltaici a terra nello spazio rurale» e «la prevalenza di non idoneità in caso di progetto presentato ricada sia in area idonea che non idonea». Nel mirino anche «le fasce di rispetto dai beni tutelati» e «l’aggravamento del procedimento autorizzativo attraverso oneri documentali e istruttori ulteriori rispetto alla disciplina statale», oltre «all’introduzione di soglie minime o alternative progettuali per alcune tecnologie (producibilità per l’eolico e agrivoltaico solo quando sollevato da terra) e di compensazioni sproporzionate».
In questo quadro, Greenpeace, Legambiente e Wwf sostengono che la legge umbra sulle rinnovabili «potrà essere facilmente oggetto di ricorsi e di blocco da parte del governo, perché non conforme alla normativa vigente», ossia al Decreto Transizione 5.0. Per gli ambientalisti, dunque, c’è «poco di positivo» nelle norme umbre per le rinnovabili: gli unici elementi contenuti nel testo che incontrano il favore parziale delle tre associazioni c’è «l’ampliamento di alcune tipologie di aree idonee, comunque accompagnato da criticità legate all’imposizione di limiti di potenza e strutturali che non trovano giustificazione alcuna». La posizione si fa dura quando Greenpeace, Legambiente e Wwf sostengono che «la Regione che sembra più preoccupata a trovare vie di uscita e cavilli per ostacolare lo sviluppo dei grandi impianti rinnovabili, gli unici che possono, insieme alle politiche di efficienza energetica, salvare davvero i territori, paesaggi e ridurre i costi energetici», preferendo «piccoli impianti e comunità energetiche», definiti «necessari ma non in grado, da soli, di affrontare le sfide attuali».
La richiesta a De Luca è quindi chiara: oltre a eliminare tutti i cavilli in netta contrapposizione con la norma nazionale, viene sollecitato l’allargamento delle maglie delle aree idonee alle fasce di almeno 350 metri intorno alle strade ad alto scorriment, a tutte le altre infrastrutture lineare, a tutte le aree prive di vincoli, alle aree agricole dichiarate disponibili e non produttive, o inutilizzabili per la coltivazione, e alle aree intorno ai data centeri». A sostegno della propria posizione Greenpeace, Legambiente e Wwf, ricordano a De Luca che «secondo Terna in Umbria tra gennaio 2021 e marzo 2026 l’Umbria sono stati installati appena 314 Mw di nuova capacità rinnovabile, raggiungendo appena il 17,9 per cento dell’obiettivo al 2030, pari a 1.756 MW, ed è attualmente tra le regioni più lontane rispetto a questo».
Alla raffica di bordate arrivate dalle tre associazioni ambientaliste, De Luca prima dice di «prendere atto delle osservazioni, rispedendo al mittente ogni accusa di ostruzionismo», per poi contrattaccare, affermando che «è paradossale sentir parlare di limiti ostativi a proposito della nostra legge regionale da chi ha ignorato le nostre richieste di aiuto per contrastare le conseguenze del Decreto Transizione 5.0 che ha reso solo il 4 per cento del territorio umbro qualificabile come idoneo per il fotovoltaico e lo 0 per cento per l’eolico».
Anche l’assessore, poi, entra nel merito delle contestazioni, dicendosi «esterrefatto che nella nota ci si chieda di allargare le fasce a 350 metri quando non possiamo farlo proprio per i limiti normativi introdotti dalla lettera m), del comma 4 dell’articolo 11-bis del Dlgs 190/2024». De Luca respinge anche l’accusa sui divieti assoluti introdotti con la norma regionale nello spazio rurale, sottolineando di aver «semplicemente applicato quanto ci è stato richiesto dal governo minacciando l’impugnativa», fermo restando che la Regione Umbria afferma di «non essere intenzionata a compiere nessun passo indietro sulle aree non idonee non intendiamo in alcun modo fare un passo indietro: la nostra – afferma De Luca – è una scelta di trasparenza, perché segnaliamo ai proponenti dove esiste un’alta probabilità di esito negativo per evitare che perdano tempo e denaro in contesti ad alto rischio paesaggistico, come le visuali del Duomo di Orvieto, le colline del Sagrantino o la fascia olivata Assisi-Spoleto».
E ancora: sui criteri per eolico e agrivoltaico De Luca dice che la legge umbra «difende gli interessi delle aziende umbre, delle comunità energetiche rinnovabili e dell’autoconsumo», nelle parte in cui si lega «l’agrivoltaico al tessuto produttivo agricolo» o vengono previsti «criteri di producibilità minima per l’eolico per garantire una transizione energetica reale e giusta». Quindi i cavilli burocratici su cui molto hanno insistito le associazioni, ma che per De Luca non sono tali: «Richiedere alta qualità progettuale significa sostenere operatori e aziende serie e non chi inquina il mercato, così come le garanzie finanziarie per il ripristino dei siti non sono un fardello, ma un atto di responsabilità verso il territorio e le future generazioni». L’assessore, in conclusione, manifesta «amarezza» per la «scelta dei vertici nazionali delle associazioni che hanno scelto di attaccare frontalmente l’Umbria», per poi sostenere che «se con la stessa forza ci avessero aiutato nel contrastare il caos normativo creato dal governo forse saremmo già ai livelli della Danimarca».
Lunedì a intervenire anche la coalizione Tess (transizione energetica senza speculazione) che «esprime stupore» per la posizioni di Legambiente, Greenpeace e Wwf: «La Regione ha avuto il coraggio di difendere uno dei territori più preziosi e identitari d’Italia dall’assalto speculativo dei grandi impianti eolici e agrivoltaici industriali che porterebbe alla devastazione di territori». Per Tess, che riunisce associazioni e comitati di varie parti d’Italia, «desta sgomento che siano proprio storiche associazioni ambientaliste, nate per difendere il paesaggio e la fauna, a chiedere oggi un ulteriore allargamento delle maglie normative, favorendo di fatto la diffusione indiscriminata di impianti industriali che stanno producendo impatti sempre più evidenti sul territorio e sugli ecosistemi. In particolare, l’eolico industriale comporta pesanti trasformazioni permanenti dei crinali montani e rappresenta un fattore di rischio riconosciuto per l’avifauna e per numerose specie protette». La posizione dell’associazione resta la seguente: «La transizione energetica è necessaria, ma non può diventare il pretesto per una nuova stagione di speculazione finanziaria e consumo irreversibile del territorio. Difendere il paesaggio, la biodiversità e le economie locali non significa essere contrari alle energie rinnovabili: significa impedire che la transizione venga piegata agli interessi di grandi operatori industriali a discapito delle comunità e dei territori».
