di Giorgia Olivieri e Elle Biscarini
Nel cuore verde d’Italia certamente la natura non manca, eppure la convivenza tra piante e umani non gode di ottima salute. In particolare nelle città, il connubio tra verde urbano e società va sempre più preso in seria considerazione. Umbria24 ha analizzato la gestione del verde urbano, la sua importanza in relazione alla crisi climatica e nuove tecniche per la convivenza, insieme al professor David Grohmann, docente di progettazione del verde e del paesaggio all’Università di Perugia.
A cosa serve «Il verde urbano, che spesso è considerato un ornamento in città, in realtà può svolgere funzioni molto importanti. Dai servizi di regolazione della temperatura, allo smaltimento dell’acqua meteorica, fornitura di cibo, legname e suolo, fino ai servizi culturali» spiega il professore. Non si parla quindi solo di estetica, ma di educazione alla natura, imparando a sfruttare i benefici delle piante e le loro peculiarità. Conoscenze queste che diventano fondamentali nel momento in cui ci si ritrova a vivere in un momento di importanti cambiamenti climatici causati dalla società industriale.
Eventi estremi In un mondo che cambia rapidamente a causa delle conseguenze del cambiamento climatico, il verde urbano assume un ruolo cardine: «È nelle città che si combattono le battaglie della sostenibilità perché qui vive la maggior parte della popolazione mondiale – continua il docente – il verde urbano si è rivelato essere estremamente efficace nella gestione di quei momenti in cui i nostri sistemi vanno in crisi. In particolare per quanto riguarda gli eventi estremi. Parliamo delle isole di calore urbano, lo smaltimento delle acque meteoriche, ma anche il dissesto idrogeologico e lo stoccaggio del carbonio». Tanti, quindi, gli aspetti per cui la vegetazione in città può contribuire, in maniera significativa, al benessere umano e di tutte le altre comunità che con noi condividono lo spazio in cui viviamo.
Manutenzione In ambiente urbano, tuttavia, spesso si sottovaluta l’importanza di una corretta manutenzione. È questo il caso della pineta di Ponte Felcino, delle siepi, ormai alberi, di piazza Grimana, o del parco Vittime delle foibe di Madonna alta. «Le piante – dice il professore – per crescere in città, rispetto a come farebbero in un bosco, hanno bisogno di cura e attenzioni particolari». La pianta, infatti, è un organismo autosufficiente, in grado di autoalimentarsi, ma ha bisogno delle corrette condizioni. Se abbandonata a sé stessa, di fatti, e non curata a dovere «almeno per i primi tre anni» la si metterà nelle condizioni di «non riuscire a sopravvivere e di diventare pericolosa per chi gli sta intorno». Potature adeguate e al momento giusto, stop alle capitozzature e cure ad hoc sarebbero le soluzioni per la corretta convivenza tra verde e società.
Tecnologia green Tra le problematiche più pressanti, c’è il problema dell’asfalto distrutto dalle radici. Un fenomeno molto comune dovuto alla necessità di queste ultime di ricevere acqua e aria. «Transitando sull’asfalto – spiega il prof – i mezzi pesanti compattano il suolo lo rendono impermeabile a qualsiasi cosa. È normale che le radici cerchino di risalire in superficie, distruggendo la pavimentazione. La soluzione è ‘sospendere’ l’asfalto, inserendo delle gabbie di plastica per dare spazio di sfogo alle radici e utilizzare materiale permeabile. Altrimenti se si andasse a stendere asfalto nuovo su quello rotto dalle radici di un albero, è inevitabile che anche la nuova pavimentazione verrà danneggiata». Con queste tecnologie, i parcheggi potrebbero diventare il luogo perfetto per crescere grandi alberi, creando così ombra naturale, che abbassa la temperatura, e aiutando nella gestione e recupero delle acque meteoriche.
Piante aliene Per quanto riguarda, invece, la spinosa questione delle specie autoctone o meno, secondo l’esperto non è tanto l’origine di una pianta a dover essere discussa, ma il suo comportamento in relazione alle altre specie già presenti. «Quando queste specie diventano invasive – spiega – e si riproducono troppo rapidamente, vanno ad occupare spazi che erano di altri. Introdurre una nuova specie è sempre un rischio e abbiamo una storia piena di esempi, penso all’Ailanthus altissima». Osservando le nostre città, infatti, possiamo constatare come ci siano poche specie prevalenti, «mentre sono svariate quelle che potrebbero essere interessanti da utilizzare. Forse un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di conoscenza, ci siamo accontentati, guardando i listini prezzi delle prime che comparivano»
