L'aula del consiglio regionale (foto F.Troccoli)

Il Consiglio regionale dell’Umbria ha approvato con 19 sì e 10 no (FI, Ncd, Udc, Lega Nord) le la revisione del sistema dell’addizionale regionale Irpef predisposta dalla Giunta di Palazzo Donini. L’atto si basa sui cinque scaglioni di reddito previsti dalla normativa nazionale (il primo fino a 15mila euro, il secondo fino a 28mila, il terzo fino a 55mila, il quarto fino a 75mila euro, il quinto oltre i 75mila) per prevedere una rimodulazione delle aliquote dell’addizionale regionale che «mantenendo l’invarianza fiscale riduce il carico sulle fasce reddituali più deboli, introduce incrementi progressivi per scaglioni di reddito». Bocciato, invece, l’emendamento presentato dalle opposizioni (primo firmatario Nevi), che chiedeva di rivedere l’addizionale regionale prevedendo la diminuzione dell’aliquota tra 15 e 55mila, l’invarianza tra 55 e 75mila e un piccolo aumento (0,35 per cento) oltre i 75mila euro.

TUTTI I DETTAGLI DELLA MANOVRA

La manovra La manovra delle giunta, mantenendo l’invarianza fiscale, «riduce il carico sulle fasce reddituali più deboli – spiega l’esecutivo -, introduce incrementi progressivi per scaglioni di reddito». L’addizionale regionale Irpef fu disciplinata per la prima volta nel 2001 e la Regione Umbria la quantificò nello 0,2 per cento, da applicarsi all’intero reddito. L’imposta verrà ora calcolata sulla quota eccedente lo scaglione fino a 15 mila euro «con sgravi per la seconda e terza classe di reddito ed una lieve incidenza sul quarto». Il relatore di maggioranza, Luca Barberini (Pd), ha illustrato il provvedimento spiegando che «non c’è nessuna operazione Robin Hood» e che «le spese regionali sono state già tagliate». «La Regione Umbria – ha detto – da dodici anni non interviene, non fa modifiche in materia di fiscalità sull’Irpef, sui redditi delle persone fisiche, ma soprattutto non fa e non introduce ne ha mai introdotto incrementi. La proposta che viene presentata contiene queste variazioni all’addizionale: primo scaglione (0 – 15 mila euro, nessuna maggiorazione), secondo scaglione (15 – 28 mila, + 0,4), terzo scaglione (28 – 55 mila, +0,45), quarto scaglione (55 – 75 mila, +0,5) e quinto scaglione (oltre i 75 mila euro annui, +0,6). Si determina di fatto un’invarianza del gettito complessivo dell’addizionale per le casse regionali, dato che la stima prevede un passaggio degli introiti da 18 milioni 282 mila a 18 milioni 295 mila euro. Gli effetti sui cittadini umbri sono assolutamente marginali: aiutano le fasce con un reddito fino a 30 mila euro e portano un lieve incremento di tassazione per i redditi che vanno dai 55 mila euro in su. L’intervento sulle fasce di reddito fino a 16mila euro dà un guadagno di circa 30 euro, mentre l’incremento di tassazione sui redditi di 40mila euro comporta un incremento di soli 26 euro all’anno». Barberini ha poi ricordato come «l’Umbria ha cancellato tutte le tasse di concessione, a eccezione quelle su caccia, pesca e raccolta tartufi, non ha applicato imposta regionale sulle emissioni sonore degli aerei, non ha mai aumentato la tassa automobilistica, ha applicato al minimo di legge l’addizionale regionale sul gas metano e di fatto l’addizionale non subisce modifiche o incrementi da oltre dodici anni».

LA PROPOSTA ALTERNATIVA DI FORZA ITALIA

Scalpo del ceto medio Il relatore di minoranza invece, Andrea Lignani Marchesani (Fd’I), ha invece messo in evidenza che si tratta di «un provvedimento con cui la sinistra della maggioranza ottiene lo scalpo del ceto medio. Il collega Barberini si è arrampicato molto sugli specchi, dato che non era d’accordo con questo provvedimento ma ne è stato costretto anche a fare il relatore. Questo atto è stato voluto espressamente dalla parte sinistra della maggioranza e se non completamente almeno in buona parte ha ottenuto lo scalpo che voleva, lo scalpo del ceto medio, lo scalpo di quello che alcuni ancora definiscono in maniera impropria persone ricche e che invece devono fare i conti pericolosamente con le nuove povertà. Chi guadagna oggi 75mila euro lordi all’anno non può essere non solo definito ricco, ma nemmeno benestante, può essere definito come parte residuale di quel ceto medio che sta venendo risucchiato da nuove povertà

Il dibattito Nel corso del dibattito, Damiano Stufara (Prc-Fds) si è detto «soddisfatto che si arrivi a decisione di modificare in senso progressivo il prelievo fiscale». Per Oliviero Dottorini (Idv) è «importante cercare di fare leva su soggetti meno esposti a rischio per tutelare le fasce più deboli della popolazione». Secondo Nevi (FI) «l’aumento delle tasse per i redditi medio alti è stato deciso dalla sinistra radicale» quando invece, sarebbe stato necessario «tagliare la spesa pubblica», mentre per Massimo Buconi (Psi) «questa manovra è un’operazione equa con cui si guarda con maggiore attenzione alle fasce più deboli e al ceto medio». Orfeo Goracci (Comunista umbro) ha detto di condividere «il criterio di progressività fiscale contenuto nel provvedimento della giunta». Per Manlio Mariotti (Pd) «dalla crisi non si esce con meno risorse pubbliche», mentre Sandra Monacelli afferma che «una rigidità schematica delle fasce non rappresenta il nostro paese. non convince l’operazione Robin Hood».

Tanto rumore per nulla Massimo Mantovani (Ncd) parla di «molto rumore per nulla. Questa manovra non incide in maniera rilevante su particolari categorie». Infine l’assessore regionale al Bilancio, Fabrizio Bracco, ha sottolineato come «la discussione di oggi si è incentrata nel ripescaggio di teoremi antichi su destra e sinistra piuttosto che sui veri contenuti del provvedimento. L’addizionale Irpef rappresenta solo il 10 per cento delle entrate regionali, mentre il grosso viene dal bollo auto: il carico fiscale regionale è inalterato da anni, nonostante le difficoltà e i tagli successivi arrivati da Roma non ricevono nessun aggravio. Molti, anzi, ricevono uno sgravio, seppur minimo».

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