Alcuni manifestanti in piazza dopo la vittoria referendaria (foto F.Troccoli)

di Dan.Bo.

La mazzata più pesante alla manovra-bis dell’estate 2011 arriva dalla Corte costituzionale che venerdì ha sentenziato come le liberalizzazioni dei servizi pubblici previste nell’articolato sono identiche a quelle abrogate dal referendum di due mesi prima. Quindi, essendo identiche, sono illegittime. La suprema corte ha così accolto il ricorso presentato da alcune Regioni (Umbria, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Puglia e Sardegna), smontando gli effetti della manovra tremontiana che prevedeva anche limiti economici per gli affidamenti in house, obbligo per gli enti locali di effettuare analisi di mercato entro il 13 agosto e norme che provavano a sbarrare la strada all’ingresso della politica nei cda. Il punto di riferimento normativo quindi ora tornerà ad essere la normativa europea precedente alla legge Ronchi (che stabiliva la cessione obbligatoria di almeno il 40% delle partecipazioni municipalizzate) abolita dal referendum.

Sinistra in festa La sinistra umbra, a partire dall’assessore regionale all’Ambiente Silvano Rometti, giubila: «La sentenza, che cancella l’art.4 della Finanziaria-bis 2011 del Governo Berlusconi – scrive l’assessore -, rappresenta una vittoria di istituzioni, movimenti e  cittadini che in tutto questo tempo hanno combattuto per vedere riconosciuto un diritto inalienabile e non negoziabile, ma soprattutto rappresenta la vittoria della democrazia rispetto a chi intendeva non rispettare la volontà popolare e lasciare spazio a possibili speculazioni su una risorsa comune.  Come Giunta regionale abbiamo sempre improntato la nostra azione per garantire sul territorio umbro  l’applicazione di quanto stabilito dal referendum sull’acqua e la sentenza della Corte ci conferma nella giustezza del nostro operato e ci spinge a proseguire su questa strada». Dal fronte di Rifondazione il segretario regionale Luciano Della Vecchia chiede «da subito una riunione della maggioranza politica affinché la Regione Umbria e la coalizione che la governa diano seguito alla volontà popolare espressa col referendum del giugno 2011 e confermata dalla decisione della Corte costituzionale».  «Una parte dei beni comuni – commenta invece l’assessore regionale Stefano Vinti, Prc – ora possono essere salvati dalle fauci divoratrici del profitto. Ora, anche in Umbria, si apra un confronto serio sulla ripubblicizzazione del ciclo delle acque e la valorizzazione dei servizi pubblici locali».

Brutti: cambiate le carte in tavola Il segretario regionale dell’Idv Paolo Brutti invece sottolinea come «le carte in tavola» ora cambiano non solo per il governo nazionale ma anche per quelli regionali. «In realtà – scrive – il capitolo-acqua era già stato messo in sicurezza. La Corte, però, ha esteso lo stesso principio, inibendo la privatizzazione anche agli altri servizi pubblici, come rifiuti e  trasporti. I riflessi di questa sentenza non saranno solo sulla spending review di Monti ma dovranno riflettersi anche negli organismi che a livello locale amministrano o saranno chiamati a farlo questi importanti settori pubblici. Noi dell’Italia dei Valori – conclude Brutti – saremo in prima fila perché la sentenza della Consulta, organo di garanzia al massimo livello, venga rispettata in tutti i suoi profili».

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