L'ingresso di una casa popolare

Decine di case popolari sono vuote da anni e l’Ater conta di venderle, dei 50 alloggi messi all’aste però, sinora neppure uno ha trovato acquirenti; pare che il problema sia legato a costi eccessivi. Quello che però intende mettere in evidenza il Sunia Cgil di Terni, in questo contesto, è il fenomeno dell’emergenza abitativa «Sembra che nessuno se ne voglia occupare – tuona il segretario provinciale Romolo Bartolucci -. La decisione dell’Ater Umbria di vendere 50 alloggi popolari invece di destinarli a scopi socialmente sensibili, coerenti con il motivo per il quale esiste l’Ater, risulta incomprensibile – afferma Bartolucci. La ragione istitutiva di un ente come l’Ater – continua –  è quella di rispondere alle esigenze abitative delle fasce sociali più in difficoltà, non di trasformarsi in un’agenzia immobiliare che dismette alloggi per motivi puramente gestionali e non economici. Al posto di venderli al mercato – prosegue Bartolucci – quegli alloggi potrebbero essere messi a disposizione e utilizzati per affrontare le difficoltà di tante famiglie».

Emergenza abitativa Il Sunia Cgil sottolinea in una nota che a Terni «gli alloggi pubblici da assegnare mediante graduatoria sono circa 100, con i quali si riuscirebbe a coprire circa il 30% delle domande per l’assegnazione di una casa popolare, mentre per le situazioni di emergenza abitativa non ci sono alloggi riservati, nonostante – puntualizza Bartolucci – la legge regionale preveda proprio che una parte del parco alloggi pubblici disponibili debba essere riservato per far fronte a tali situazioni. Bisogna smetterla di giocare al rimpallo delle responsabilità tra Ater, Comune e Commissione, perché le tante famiglie che ancora aspettano un tetto e vivono in situazioni emergenziali hanno bisogno di risposte certe e in tempi brevi, anche fuori dalle ordinarie tempistiche burocratiche. Magari attingendo alle case dell’Ater vuote da anni, invece di venderle, destinando finalmente un parco alloggi alle emergenze abitative».

Settore edile Sul tema è intervenuta anche la Fillea Cgil: «A fronte del perdurare della crisi dell’edilizia nella provincia di Terni, dove dal 2009 ad oggi gli addetti del settore sono diminuiti di oltre il 50%, la possibilità di poter ristrutturare le case popolari può costituire un’opportunità occupazionale interessante, magari costruendo una sinergia tra più attori attraverso modalità di azione come la procedura negoziata, nella speranza di favorire la permanenza del lavoro nel territorio. Invece apprendiamo dalla stampa che anche da parte dell’Ater la preoccupazione è di vendere parte del patrimonio abitativo pubblico. Una scelta che ci lascia piuttosto perplessi».

Cgil «Con le aste delle 50 case popolari andate tutte deserte – prosegue la Fillea – i prezzi sono verosimilmente destinati a scendere, con il rischio che l’intera faccenda si trasformi in un’operazione di speculazione grazie alla quale soggetti, in grado di acquistare un alloggio e dunque non bisognosi di tutela abitativa, possono accaparrarsi appartamenti a prezzi vantaggiosi privando l’ente di risorse preziose per l’attività di manutenzione edilizia, ordinaria e straordinaria». Cristiano Costanzi, segretario generale degli edili Cgil di Terni, aggiunge: «Quando si parla di
vendere case popolari, bisogna tenere presente che in media il rapporto tra venduto e nuove costruzioni è, a essere ottimisti, di 1 a 4. Ciò vuol dire che il parco alloggi pubblici diminuirà, e con esso anche gli introiti per ristrutturazioni e manutenzioni. Vale lo stesso – prosegue – per quanto afferma in queste ore l’assessore al welfare, Cecconi, che sembra aver fatto sua la vecchia proposta dell’allora ministro Brunetta di vendere le case popolari
(definite da Brunetta “capitale morto”) per ristrutturarne altre. Una vecchia idea, già osteggiata dai gestori di edilizia pubblica di mezza Italia, di ogni colore politico, poiché indebolirebbe un patrimonio abitativo già tra i più bassi d’Europa senza generare introiti significativi. Una situazione che, unita al momentaneo (speriamo) venir meno dei fondi per la riqualificazione delle periferie, rischia di diventare l’ennesima occasione persa dal punto di vista occupazionale per il settore delle costruzioni, ma anche la mancata partenza dell’auspicato recupero sociale delle zone urbane degradate.Gli attori pubblici intervengano esercitando una funzione di indirizzo, non di un’ulteriore dismissione di patrimonio pubblico relegando al mercato la decisione su quale debba
essere la città che vivremo».

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