La copertina del libro

di Daniele Bovi

Lo scoppio della Prima guerra mondiale fu senza dubbio l’inizio di una tragica avventura ma costituì per molti anche il sogno per la realizzazione di una società più giusta dal punto di vista sociale ed economico. Fra quanti nutrirono questo sogno in Italia ci furono molti sindacalisti rivoluzionari (e qualche anarchico) che dal pacifismo approdarono all’interventismo influenzati da una complessa lettura della realtà che univa Marx a Sorel, con suggestioni futuriste e socialiste, mazziniane, risorgimentali e nazionalistiche. Sul confronto culturale e dottrinale interno ai sindacalisti soreliani italiani in occasione dello scontro tra interventisti e neutralisti (1914-1915) Stefano Fabei, storico umbro, docente all’istituto di istruzione secondaria «Giordano Bruno» di Perugia, ha pubblicato un saggio, da pochi giorni in libreria, intitolato La Grande Guerra e la rivoluzione proletaria (in Edibus, Vicenza, 2015, 18 euro). L’autore, dopo aver ripercorso la storia del sindacalismo rivoluzionario, ricostruisce con efficacia l’atmosfera politica dominante nel mondo sovversivo italiano alla vigilia della Grande guerra. «L’inizio di questa segnò la crisi – spiega – di due importanti cardini ideologici del mondo sovversivo, come il pacifismo e l’internazionalismo, falliti per la scelta compiuta dai compagni francesi, austriaci e tedeschi di affiancarsi ai rispettivi governi».

Una lezione «I nostri sindacalisti soreliani – continua Fabei – si convinsero quindi che la guerra potesse offrire non solo una lezione di pedagogia eroica e rivoluzionaria al proletariato italiano, ma creare, attraverso la sconfitta degli imperi germanico e austro-ungarico, baluardi della reazione e della conservazione, i presupposti per fondare una società più libera, con al centro il lavoro. Le tesi sindacaliste furono un po’ l’anima dell’interventismo rivoluzionario dal quale iniziarono le agitazioni di un dopoguerra fatto di sovversivismo e richiami all’ordine, da cui partirono sia il fascismo sia l’antifascismo». Fabei rappresenta con efficacia l’alta tensione ideologica di allora e offre un quadro finalmente completo delle sfumature di pensiero e dei vari comportamenti di quei sindacalisti (Filippo Corridoni, Alceste e Amilcare De Ambris, Angelo Oliviero Olivetti, Sergio Panunzio, Paolo Orano, Edmondo Rossoni, Michele Bianchi) i quali non solo aderirono alle ragioni della nazione ritenendo che si potesse essere nazionalisti e rivoluzionari al contempo, «ma videro nella guerra – sostiene Fabei – qualcosa di pedagogico, di esaltante e di fortemente sovversivo: imparando a fare la guerra, i lavoratori avrebbero imparato a fare la rivoluzione». Quello di Fabei, dotato di un’introduzione di Giuseppe Parlato, è un libro avvincente per la leggibilità e al tempo stesso specialistico; è un saggio interessante, data l’originalità dei contenuti, per chi vuole conoscere la storia nazionale dalla vigilia della Prima guerra mondiale alle origini del fascismo.

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