La copertina del libro

Una raccolta di poesie, ma non solo. Si chiama «Aspettando il 9999» il libro scritto da Giovanni Farina, detenuto in carcere da trentacinque anni, molti dei quali scontati in regime di 41 bis, nel circuito di Alta sicurezza 1. Il volume, edito dalla cooperativa editoriale «Sensibili alle foglie», verrà presentato martedì alle 18 a Perugia, alla biblioteca comunale di San Matteo degli Armeni dal gruppo perugino di Amnesty international. Il numero, 9999, è simbolico perché è quello utilizzato in sostituzione del termine «fine pena mai», assegnato agli ergastolani come anno di fine pena, ovvero il 31 dicembre 9999. Una presentazione, quella di martedì, che vuol essere un momento di riflessione per parlare di ergastolo, carcere, di non persone, di esclusione, di negazione di diritti umani. All’appuntamento parteciperanno il curatore del libro Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, il garante dei diritti dei detenuti per la Regione Umbria, il professor Carlo Fiorio, e Stefano Anastasia, presidente onorario dell’associazione Antigone. Di seguito riportiamo una delle poesie del libro.

Cella di espiazione
Se il giorno ancora non appare cosa devo fare.
Segno col pensiero i quattro muri della cella.
Ci scrivo delle frasi a memoria, ci faccio dei segni,
frasi e disegni si accavallano in continuazione nella mia mente,
per ore disegno a matita,
scrivo a penna tutti i colori, li calco nel sasso.
Compongo un libro che sfoglio senza guardare con gli occhi,
senza il bisogno di un lume che mi illumini il pensiero.
Leggo un libro fatto di pietra, di ferro,
marcato dalla ruggine, dal cemento.
Trovo nelle sue pagine frammenti di pensiero,
nomi di uomini che hanno sofferto, amato, gridato il senso sella vita,
mutilata, smembrata, dai giorni che passavano veloci o non passavano mai
dentro le immaginazioni, di colpe che non ti abbandonano mai.
Di uomini che sognano di svegliarsi, di fuggire lontano dallo stessa vita.
Dalla nebbia creata dal loro stesso cervello giorno dopo giorno sempre più vuoto.
Incatenati nella loro tomba della loro stessa esistenza.

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