Smacchi, Leonelli e Locchi

di Daniele Bovi

Si accende lo scontro intorno alla proposta di riforma della legge elettorale regionale avanzata nei giorni scorsi dal gruppo Pd di palazzo Cesaroni. Dopo le dure critiche fatte dal professor Francesco Clementi arrivano anche quelle del Comitato per la democrazia in Umbria (formato da Radicali, Alternativa riformista e Sinistra anticapitalista), mentre pare tramontare, al momento, l’ipotesi di un largo consenso in consiglio regionale sul testo avanzato dai democrat. Venerdì infatti tutti i partiti di opposizione (FI, Ncd, Fd’I e Udc) si sono riuniti stabilendo di presentare, nei prossimi giorni, una loro proposta di legge in grado «di superare le criticità, anche di natura costituzionale, presenti nel disegno di legge del Partito democratico».

LA PROPOSTA PD

Doppio turno Al centro di questa proposta ci sarà il doppio turno, un’ipotesi alla quale però venerdì il capogruppo pd Renato Locchi, in una conferenza stampa tenuta proprio sulla legge elettorale insieme al segretario Giacomo Leonelli e al presidente della commissione Statuto Andrea Smacchi, ha giudicato irricevibile. Almeno tre infatti sono i punti che Locchi e il Pd non intendono mettere in discussione, ovvero il turno unico, l’abolizione del listino e la doppia preferenza di genere. Su questi il Pd non sembra voler aprire una trattativa. E allora di fronte ad una proposta del centrodestra basata sul doppio turno in consiglio che succederà? Il centrosinistra approverà le nuove regole del gioco solo con i suoi voti? Stando al percorso dettato da Smacchi, il Pd dà tempo fino a mercoledì per avanzare delle nuove proposte, poi si aprirà una breve fase di discussione e ascolto di quelle forze che non sono in consiglio e poi si punta ad approvare il testo in consiglio entro metà novembre.

LE CRITICHE DI CLEMENTI

Tre punti Leonelli ha parlato di un «percorso interno non eccessivamente travagliato» e ha indicato quelli che secondo lui sono «tre punti che danno l’idea di un partito che si mette in discussione», ovvero abolizione del listino («una rivoluzione copernicana»), la doppia preferenza di genere e il collegio unico che è «una scommessa per una nuova fase di regionalismo. In questo modo – dice – archiviamo le battaglie di campanile, diamo più rappresentatività e, mi si permetta il gioco di parole, diamo l’idea di una regione che ragiona da regione». Per Renato Locchi è una proposta «seria, che brilla per equilibrio e moderazione, senza fregature, non ritagliata su coloro che siedono in consiglio, senza sbarramenti, che tiene conto della governabilità e dal forte impianto proporzionale, che è il più democratico».

Doppio turno? Lunga è stata poi la discussione intorno al nodo, centrale, del turno unico: «A parte la Toscana – dice Locchi – e non è che dobbiamo prendere spunto da ogni cosa che si fa lì, il turno unico è l’opzione adottata da tutte le regioni. È il più democratico mentre il doppio, complice il calo della partecipazione, ha fatto sì che la giornata decisiva sia diventata una realtà ad appannaggio di una sparuta minoranza. Guardate cosa è successo a Perugia. Quanto al premio di maggioranza, le liste che hanno appoggiato Romizi sono al 30% ed hanno ottenuto il 60% dei seggi». Secondo Leonelli poi, molto vicino a Clementi, «la Regione non è il Comune, non è un ente amministrativo. Io non sono aprioristicamente contrario al doppio turno, però dico che nel caso delle regioni è inopportuno perché distorcerebbe la volontà degli elettori».

Le critiche Nella sala di piazza della Repubblica dove si tiene la conferenza stampa ci sono anche i Radicali perugini che contestano una serie di punti, in primis il non aver messo una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza, «replicando così – dicono – un meccanismo bocciato dalla Corte costituzionale: ipoteticamente col 20-25% di voti si prende il 60% dei seggi». Altro passaggio molto contestato è quello che riguarda l’esonero dalla raccolta delle firme per quei partiti o gruppi che non siedono in consiglio regionale o in parlamento. In tutto saranno tremila, duecento in meno rispetto alla legge del 2010 (quando però, fanno notare i Radicali, ci fu un aumento del 20%), quelle da raccogliere in poco tempo su liste già formate e autenticate in modo corretto.

Firme «Abbiamo dato un ulteriore segnale di apertura abbassando il numero. Vedremo – dice Smacchi – se è possibile abbassarlo ancora a quota 2.800-2.500. Però dobbiamo impedire che che qualsiasi gruppo di persone si possa candidare». «Da parte nostra – spiegano i Radicali che contestano anche la mancata introduzione di una norma transitoria che consenta di abbassare il numero delle firme – ci attiveremo in tutte le forme e modi possibili e facciamo appello a tutte le altre forze politiche, presenti e non in Consiglio Regionale, di affiancarci in questa battaglia affinché vengano corrette queste gravi violazioni di democrazia».

Twitter @DanieleBovi

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