Il Tribunale di Terni

di Fabio Toni

Sarebbero almeno quattordici, incluso l’ex patron Antonio Cassetta, le persone indagate per il fallimento del salumificio Cassetta di Arrone. Dopo quasi tre anni, la procura di Terni ha chiuso le indagini avviate nel 2011 dal sostituto procuratore Elisabetta Massini e dall’ex dirigente della squadra mobile Tommaso Niglio, ora alla questura di Latina.

Ipotesi di reato Fra gli indagati figurano ex dirigenti delle aziende del gruppo Cassetta, imprenditori, professionisti, funzionari di banca e un dirigente Gepafin. Le ipotesi di reato riguardano tutte la violazione della legge fallimentare: dalla bancarotta fraudolenta al ricorso abusivo al credito, fino a presunte irregolarità riguardanti la procedura di concordato preventivo.

Il concordato preventivo Secondo la procura, dirigenti e consulenti dell’ex Gruppo Cassetta (che includeva Cassetta Salumi sas, Cassetta Salumi snc, Centro Carni sas, consorzio Alimar e Umbria Tradizioni srl), nella proposta di concordato preventivo presentata nel corso del 2010 avrebbero indicato attività inesistenti per ottenere l’ammissione alla procedura concorsuale da parte del tribunale. In particolare sarebbe stato indicato un attivo pari a 11 milioni di euro – contro i 6 milioni e 752 mila reali – messo a disposizione dell’assuntore Umbria Tradizioni, società cooperativa con un capitale sociale di 4.800 euro. Tutto ciò, secondo gli inquirenti, «pur essendo a conoscenza della situazione di incapacità economica, patrimoniale e finanziaria del terzo assuntore del concordato (la Umbria Tradizioni soc. coop, ndR)». Per lo stesso scopo, ovvero ottenere l’ammissione al concordato preventivo, i consulenti avrebbero indicato un minor debito (pari a 45 mila euro, ndR) nei confronti dell’ ‘altra’ Umbria Tradizioni – la Srl che ha preso in affitto il ramo di azienda dal Gruppo Cassetta – rispetto a quello «irrinunciabile, effettivamente maturato (oltre un milione di euro, ndR)».

L’abitazione Per l’accusa, imprenditori e professionisti avrebbero messo in piedi anche un ‘giro’ per consentire ad Antonio Cassetta di tornare in possesso dell’abitazione di via Carducci finita all’asta. In particolare attraverso la società Umbria Ecologica srl e la complicità di imprenditori e funzionari di banca, si sarebbe cercato di acquistare l’immobile attraverso la concessione di un mutuo di 1 milione di euro, ponendo a garanzia canoni di affitto ‘fittizi’ e le somme messe a disposizione da alcuni imprenditori locali: 100 mila euro da tre soggetti e altri 200 mila provenienti da un conto corrente della Diocesi di Terni e prelevati da quel Luca Galletti, già finito al centro delle indagini sul ‘buco’ della Curia. Per gli inquirenti il mutuo da 1 milione di euro concesso alla Umbria Ecologica, era «destinato in realtà ad essere utilizzato da Cassetta per l’acquisto della casa e rimborsato dallo stesso con somme prelevate alle società del Gruppo in concordato preventivo».

‘Distrazione’ Il terzo ‘filone’, quello che chiude il cerchio dell’accusa, è rappresentato proprio dalle somme che l’ex patron del Gruppo e i dirigenti avrebbero distratto contestualmente all’affitto del ramo di azienda da parte della Umbria Tradizioni srl. Per il pm, il tutto sarebbe avvenuto «creando con artifizi liquidità all’interno delle aziende del Gruppo, liquidità da destinare a finalità estranee all’attività di impresa, a fronte di un ulteriore irragionevole indebitamento verso l’affittuaria Umbria Tradizioni srl», di fatto ‘svuotata’. Quest’ultima sarebbe stata oggetto di un ‘fallimento pilotato’ «mediante pagamenti ingiustificati in favore delle società del Gruppo che hanno portato ad un saldo creditorio inesigibile». Per l’accusa la somma distratta, attraverso quelli che vengono definiti ‘artifici contabili’, ammonterebbe ad oltre 2 milioni e 400 mila euro. Nei prossimi giorni, dopo aver preso visione del contenuto delle carte dell’indagine, i legali degli indagati decideranno se far deporre i propri assistiti o presentare memorie scritte per chiarire le rispettive posizioni.

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