Pannacci si dimette dalla segreteria del Pd di Città di Castello

di Daniele Bovi

Non bastasse la tegola delle primarie perse nella città del Poverello e uno scenario che, in vista delle amministrative del 15 e 16 maggio, assomiglia più a un Vietnam che a un seggio elettorale, il Pd di Città di Castello viene scosso dalle dimissioni di una figura storica dell’ala riformista del partito come Gianfranco Pannacci e da quelle, non ancora ufficializzate, del segretario comunale Cristian Biagini.

A Castello nulla è cambiato «Avevamo organizzato alcuni incontri dal titolo “Per Castello si cambia” – dice Pannacci ad Umbria24.it dopo le dimissioni dalla segreteria e dall’unione comunale – ma viste le decisioni assunte la scorsa settimana relativamente ai candidati da schierare alle primarie, alla fine posso dire che “Per Castello non si cambia”». L’atto di accusa di Pannacci è pesante e chirurgico. Indigeribile per lui la decisione di vedere il prosindaco Luciano Bacchetta e l’assessore al Bilancio Domenico Duranti contendersi la poltrona di candidato alle primarie del prossimo 3 aprile.

Vecchi uomini e vecchie maggioranze «Ad essere sconfessato – spiega sempre Pannacci – è l’operato della segreteria che aveva il mandato politico di costruire, dopo venti anni di divisioni, un centrosinistra unito per aprire una nuova fase. Un obiettivo che non è stato conseguito. Si è fatto in modo che l’Idv e altre componenti del centrosinistra rimanessero fuori dalla coalizione dicendo no ad una candidatura prestigiosa come quella di Walter Verini». Secondo Pannacci insomma a Castello non è cambiato niente: «Si è solo ricomposta la vecchia maggioranza con i vecchi uomini, altro che rinnovamento. Questo significa divorziare da una larga parte dell’opinione pubblica cittadina».

Pd autorefernziale Colpa del divorzio che ricade sui vertici regionali e provinciali del partito: «Il Pd locale – spiega sempre Pannacci – ha subito direi volentieri le indicazioni della segreteria provinciale e di quella regionale, preoccupate solo degli equilibri perugini più che del percorso politico da costruire a Città di Castello. E’ su questi altari perugini che abbiamo finito per consegnare a un partito dell’1,5 per cento (il Partito socialista di Bacchetta, ndr), la candidatura a sindaco. Questo è un partito ormai autoreferenziale, chiuso in sé stesso e che per convenienze di piccolo cabotaggio ha divorziato da ampie parti della città».

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