Il pm di Torino, Raffaele Guariniello

di Marco Torricelli

Le prime reazioni sono state di ‘sollievo’, ma il giorno dopo la sentenza della corte di cassazione, che ha stabilito che il processo di appello per il rogo alla Thyssen di Torino – che nella notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 divorò la vita di sette operai – dovrà essere rifatto, affiora anche qualche timore per i sei dirigenti condannati, tra i quali c’è l’attuale amministratore di Ast, Marco Pucci.

La Cassazione Fonti attribuite alla suprema corte assicurano che «con la decisione di giovedì gli imputati per il tragico rogo della Thyssen, costato la vita a sette operai, non sono stati favoriti in alcun modo e non è stato accolto alcun motivo di ricorso dei loro difensori». Secondo le stesse fonti, anzi, «le responsabilità degli imputati sono accertate ed, anzi, il rischio è che nel nuovo processo di appello le pene aumentino».

Guariniello Un aumento delle pene che il pm di Torino, Raffaele Guariniello, si dice pronto a chiedere: «La decisione della Cassazione non significa che le pene debbano essere rimodulate al ribasso. Noi chiederemo un aumento». Secondo il magistrato «il considerare il reato di omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche separato dal reato di disastro, implica che si possa chiedere un aumento di pena. Anche se non c’è il dolo eventuale siamo soddisfatti che sia rimasta la colpa cosciente. L’aspetto negativo è che a oltre sei anni di distanza dalla
tragedia non c’èuna sentenza definitiva nonostante le indagini vennero chiuse in soli tre mesi».

La prescrizione Lo stesso Guariniello ha paventato l’ipotesi che il processo si possa ‘estinguere’ per la prescrizione dei reati, ma la corte di cassazione smentisce: «Dopo la decisione di giovedì, che ha accertato le responsabilità degli imputati, la prescrizione non decorre più e non c’è alcun rischio di ‘colpo di spugna’. Ridando natura autonoma al reato di rimozione dolosa delle cautele contro gli infortuni abbiamo fatto un discorso ‘squisitamente tecnico’ che consentirà ai giudici dell’appello di riscrivere una sentenza inoppugnabile in caso di ricorsi alla corte di Strasburgo».

L’iter La relazione del procedimento, si dice da parte della suprema corte, «è stata affidata al consigliere Rocco Blaiotta che è uno dei massimi esperti di infortuni sul lavoro, mentre il primo presidente della Cassazione, Giorgio Santacroce, che ha presieduto il collegio delle Sezioni Unite, ha studiato «attentamente» tutte le carte, tanto che la decisione di giovedì «ha anche confermato la responsabilità amministrativa dell’azienda, con la conseguenza di una multa elevatissima a carico della ThyssenKrupp, che come persona giuridica, in quanto società per azioni, aveva fatto ricorso contro questa statuizione».

La storia La notte fra il 5 e il 6 dicembre del 2007 otto operai dello stabilimento della Tk-Ast di Torino – poi chiuso – rimasero vittime di un incendio, provocato da un getto di olio bollente. Sette di loro morirono nel giro di un mese. Sotto accusa finirono i vertici aziendali, accusati di non aver garantito il rispetto delle norme di sicurezza, mentre l’azienda ha sempre smentito che all’origine dell’incendio vi fossero quelle violazioni di cui era accusata.

Primo processo Il 15 aprile 2011 la seconda corte d’assise di Torino aveva condannato Herald Espenhahn a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Altri cinque manager dell’azienda (Marco Pucci, Gerald Priegnitz, Daniele Moroni, Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri) erano stati condannati a pene che variavano da 13 anni e 6 mesi a 10 anni e 10 mesi.

Il ‘secondo grado’ Il 28 febbraio 2013, poi, la corte d’appello aveva modificato il giudizio, non riconoscendo l’omicidio volontario, ma quello colposo, riducendo anche le pene ai manager dell’azienda: 10 anni a Espenhahn, 9 a Moroni, 8 a Salerno e Cafueri, 7 a Priegnitz e Pucci. Adesso, dopo il pronunciamento della Cassazione, è questo secondo giudizio che dovrà essere riformulato.

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