La conferenza stampa dei sindacati (foto U24)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Quella che doveva essere la grande banca dell’Umbria, al servizio delle famiglie e dell’economia del territorio, si sta trasformando in un «agglomerato di sportelli inutile per la regione» e dove le decisioni, comprese ovviamente quelle sul credito, si prendono a Firenze dove il ‘cervello’ vuol essere spostato. Il soggetto è Casse dell’Umbria, nata nove mesi fa e risultato della fusione delle quattro ex Casse di risparmio (Terni-Narni, Foligno, Spoleto e Città di Castello) vendute al gruppo Intesa Sanpaolo.

La lettera A fare, con durezza, il quadro della situazione sono stati i sindacati che, in una conferenza stampa unitaria tenuta giovedì mattina, tirano in ballo la politica («sempre col cappello in mano verso le banche») e con una lettera alla presidente della Regione e a quelli delle due Province chiedono un incontro urgente per discutere «dei gravissimi riflessi di tali scelte, che contraddicono in modo palese – osservano – quelli che solo nove mesi fa venivano annunciati come principi fondativi di questo soggetto bancario regionale che, ad oggi, diventerebbe invece solo un mero agglomerato di sportelli».

La circolare di luglio Le scelte sono contenute in una circolare datata 17 luglio che, spiegano i sindacati, svuota la regione della sua autonomia creditizia, delle teste pensanti e delle redini decisionali. In due paginette il capo della banca dei territori spiega che bisogna riorganizzare, e che questa riorganizzazione toccherà sia le strutture centrali che quelle territoriali. A Firenze, dove si occupano delle sedi di Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna, ci saranno le competenze relative a concessioni di credito, marketing, personale, ragioneria. Insomma, un accentramento. «Qui – osservano – lasciano solo un simulacro mentre il potere decisionale è a Firenze». La seconda pagina della circolare si chiude dicendo che ora tutto ciò deve essere recepito dal consiglio di amministrazione di Casse dell’Umbria, dove siedono anche i rappresentanti delle ex Casse.

Cosa fa il cda? Il cda è guidato dal presidente Alberto Cianetti, ex numero uno di Carifo, e vice è Antonio Alunni, ex Cr Spoleto. A loro e agli altri membri (tra questi anche il docente dell’Università di Perugia Luca Ferrucci) si rivolgono i rappresentanti dei lavoratori: la riunione del cda c’è stata? E se sì, cosa hanno votato? Hanno avallato o avalleranno le scelte di Intesa? «La banca – dice Fabio Torelli della Cgil – doveva rimanere un punto di riferimento, mentre si sta dimostrando tutto il contrario. Le deleghe creditizie vengono spostate a Firenze, la maggior parte delle pratiche vengono trattate lì. Spesso mi chiamano per capire chi sono i clienti, le aziende che chiedono credito. Non c’è più un punto di riferimento». E le concessioni creditizie, dicono, invece che ampliarsi si sono ulteriormente contratte. «Specialmente in un momento di crisi – ha detto il segretario regionale della Cgil Mario Bravi – i centri decisionali devono esserci».

Intervenga la politica «La politica regionale, quella con la P maiuscola, quella che non si occupa di piazzare gli amici nei cda – dicono – deve far sentire la sua voce. Non continuate ad essere latitanti. Bisogna fare di tutto per evitare che portino via i centri decisionali. Le conseguenze per l’Umbria sarebbero disastrose». Alla politica i sindacati chiedono che parta il Tavolo regionale sul credito, rimasto al palo benché previsto dall’Alleanza per lo sviluppo: «Bisogna dare il la ha questo tavolo» aggiunge Bravi, mentre il segretario della Cisl Ulderico Sbarra tira bordate. «Se non lo si fa – dice – significa che non lo si vuole fare, la politica è sempre col cappello in mano verso le banche, con un atteggiamento di attesa, rinuncia ed eccessiva prudenza. L’interesse della politica è politico e non economico e sociale. Questo tavolo deve servire per far saltare le ipocrisie. Le Casse sono state vendute per fare cassa».

Il deserto Il ragionamento delle sigle sindacali parte da lontano, dalla presenza sul territorio di banche radicate, attente verso i clienti, che ora non ci sono più: «Ora c’è il deserto». Da una parte i grandi gruppi come Unicredit e Intesa che fanno il 70-80% del mercato umbro, dall’altra le piccole Bcc che non riescono ad incidere in modo significativo. Poi sono arrivati anni di chiusura di sportelli ed esuberi: «A noi come sistema Umbria – si chiede Sauro Piccioni della Cisl – tutto ciò cosa ha portato?». Dal 2010 al 2012 nella regione si sono persi 200 posti di lavoro e oggi «la situazione è drammatica». Il rapporto con il territorio si va sfaldando, il credito nell’anno in corso è sceso dello 0,9%, i crediti incagliati e le sofferenze aumentano. Nelle intenzioni il tavolo dovrà dar vita ad una sorta di ‘cabina di regia’ «tra istituzioni locali e organizzazioni sindacali e di categoria – dice Enrico Simonetti della Fabi – per promuovere un nuovo modello di banca socialmente responsabile».

Bps e non solo I problemi non riguardano solo Casse dell’Umbria. I sindacati citano infatti il caso Bps, tra commissariamenti, blocco delle assunzioni dei 100 giovani previsti e un accordo per 40 uscite volontarie. Poi ci sono i timori su Mps, con il duro piano industriale in via di definizione, la riduzione del polo di back office a Perugia operata da Unicredit, «con trasferimenti di personale verso la rete sportelli e progressivo svuotamento operativo delle strutture rimaste». Da ultimo, il sistema frammentato delle Bcc che con le sue aggregazioni rischia di provocare «ripercussioni sia sugli assetti proprietari delle realtà presenti, sia sul fronte di eventuali esuberi di personale e sovrapposizioni di punti operativi».

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