Alessandro Campi

di Maurizio Troccoli

Un voto non sovrapponibile agli schieramenti politici tradizionali, segnato da una componente trasversale e da una lettura che, almeno in parte, sfugge alle categorie classiche di centrodestra e centrosinistra. È questa la chiave interpretativa del risultato referendario, con un’attenzione particolare all’Umbria, dove il “no” prevale ma con margini più contenuti rispetto ad altre regioni.

E proprio su questo punto arriva l’avvertimento più netto: «Non è possibile tradurre meccanicamente questo risultato sulle prossime elezioni politiche. Sarebbe un errore».

Che cosa dice il risultato del referendum, in generale e per l’Umbria?
«Il dato principale è che ha vinto il fronte del “no”, ma non si tratta di un risultato riconducibile automaticamente agli schieramenti tradizionali. Non c’è una corrispondenza meccanica tra centrosinistra e centrodestra. Anzi, emergono elementi di trasversalità molto evidenti».

In che senso trasversalità?
«Ci sono dati significativi: ad esempio, una quota rilevante di elettori riconducibili a Fratelli d’Italia ha votato “no”. Ma allo stesso tempo c’è una parte dell’elettorato di sinistra che ha fatto la stessa scelta. Questo dimostra che il voto referendario segue logiche diverse rispetto alle elezioni politiche».

Quindi non è un risultato proiettabile sulle politiche?
«Esattamente. Non si può fare una traduzione automatica. Chi ha votato “sì” pur collocandosi a sinistra non voterà per il centrodestra alle politiche, e viceversa. Il referendum è un voto politico, ma si esprime su registri diversi».

C’è stata una forma di “disobbedienza” degli elettori rispetto ai partiti?
«Più che disobbedienza parlerei di autonomia. Il referendum consente una maggiore libertà di espressione. Tuttavia resta un voto fortemente politicizzato, semplicemente meno vincolato alle appartenenze tradizionali».

Che impatto ha avuto questo risultato sul centrodestra?
«Una battuta d’arresto c’è stata, ed è evidente. In particolare per Giorgia Meloni, che si è esposta molto nella fase finale della campagna. Anche perché, nella fase iniziale, il centrodestra aveva condotto una campagna piuttosto debole. Ora bisognerà capire quale sarà la risposta politica».

Quale potrebbe essere questa risposta?
«Non può limitarsi a prendere atto del risultato e andare avanti. C’è il rischio di procedere con una “gamba zoppa”. Sarà necessario rivedere l’agenda politica e le priorità, anche perché diventa difficile rilanciare subito riforme come il premierato o la legge elettorale».

Perché proprio su questi temi?
«Perché il messaggio che arriva dal voto è chiaro: sulle regole del gioco, e quindi sulla Costituzione, non si può procedere in modo unilaterale. La Costituzione italiana nasce da un compromesso largo e condiviso, e questa resta una sua caratteristica strutturale».

Quindi il nodo è più il metodo che il merito?
«Esattamente. La Costituzione prevede la possibilità di essere modificata, ma il punto è come lo si fa. I tentativi di riforma portati avanti in modo unilaterale sono stati sistematicamente bocciati. Gli elettori chiedono condivisione, non forzature».

Venendo all’Umbria, quali elementi emergono tenuto conto del fatto che i comuni in cui ha vinto il “sì” sono più numerosi, ma sono in genere più piccoli e con una minore affluenza, viceversa nei centri più grandi, dove si è votato di più, ha prevalso il “no”?

«È una dinamica che si osserva spesso: le aree urbane e più popolose tendono ad avere comportamenti diversi rispetto ai centri minori. Tuttavia bisogna essere cauti: non esiste una regola valida ovunque, anche perché a livello nazionale ci sono territori, come il Nord-Est, dove il “sì” ha prevalso in contesti molto sviluppati e ad alta partecipazione».

In Umbria il “no” vince con un margine ridotto rispetto ad altre regioni. Che significa?
«Può essere un dato congiunturale, ma può anche indicare un consolidamento del centrodestra nella regione. Negli ultimi anni si è radicato e strutturato, e questo si riflette anche in un risultato meno netto rispetto ad altre aree del Paese».

Eppure l’affluenza è stata alta.
«Sì, ed è un elemento interessante perché non ha prodotto un ampliamento del divario, come invece accaduto altrove. Questo conferma che l’Umbria è un caso particolare e difficilmente riconducibile a schemi semplici».

C’è un messaggio generale che arriva dal voto degli italiani?
«Sì: quando si tocca la Costituzione, gli italiani tendono a reagire in modo prudente. Non perché la conoscano nel dettaglio, o l’appoggino sul comodino per leggersela la sera, ma perché c’è una cultura politica diffusa che porta a diffidare dei cambiamenti troppo rapidi o imposti dall’alto, dalla politica in generale».

È una forma di conservatorismo?
«In parte sì. È un Paese che tende a difendere lo status quo, anche per una certa paura del cambiamento. Ma c’è anche una richiesta precisa: se si vogliono fare riforme, devono essere condivise. Altrimenti vengono respinte».

Quanto pesa la sfiducia verso la politica in questo voto?
«Pesa molto. Il “no” può essere letto anche come un segnale di sfiducia: meglio non cambiare nulla piuttosto che affidarsi a riforme percepite come confuse o mal gestite. È una forma di reazione che il referendum consente in modo diretto».

E il ruolo dei giovani?
«Si è registrata una partecipazione significativa, anche se va contestualizzata: parliamo comunque di un’affluenza complessiva intorno al 58%. Tuttavia è un segnale importante».

Da cosa dipende questa mobilitazione?
«Da un contesto più ampio. I giovani vivono una fase di forte incertezza e sono esposti a tensioni internazionali e sociali che li spingono a partecipare. Allo stesso tempo, però, sono anche tra i più sfiduciati nei confronti della politica».

Quindi partecipazione e sfiducia convivono?
«Esattamente. Da un lato si mobilitano, dall’altro utilizzano il voto anche per bloccare iniziative che non li convincono. Il referendum, in questo senso, diventa uno strumento per dire “no” più che per sostenere un progetto politico».

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