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di Enzo Beretta 

Quattro persone rinviate a giudizio i sei atteggiamenti con pene sospese da 8 a 20 mesi di reclusione: questo l’esito dell’udienza preliminare svolta a Perugia in seguito a un’inchiesta della Procura che ipotizza un vasto sistema di sfruttamento del lavoro, intermediazione illecita e caporalato nelle campagne umbre e toscane. Gli accertamenti del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro che avevano preso il via tra ottobre 2022 e gennaio 2023 avevano portato a iscrivere nel registro degli indagati 10 persone. Durante l’indagine sono stati sequestrati documenti, conti correnti e contestati corsi di formazione fittizi.

Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti alcuni indagati avrebbero reclutato manodopera straniera – spesso in condizioni di irregolarità sul territorio italiano – per impiegarla in lavori agricoli a condizioni gravemente lesive della dignità umana: turni massacranti, retribuzioni inferiori a quanto stabilito dai contratti collettivi, sistemazioni alloggiative fatiscenti e mancato rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro.

I reati contestati I soggetti coinvolti, con ruoli differenti nelle imprese agricole e nei presunti meccanismi illeciti di gestione della manodopera, devono rispondere a vario titolo di reati che vanno dall’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro all’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, passando dal riciclaggio al trasferimento fraudolento di valori. In alcuni casi viene contestato anche il falso ideologico, l’uso di atto falso e la tentata truffa.

La denuncia L’indagine ha preso avvio anche grazie alla denuncia di un lavoratore che si sarebbe rivolto alle forze dell’ordine lamentando gravi violazioni dei suoi diritti e condizioni abitative e lavorative disumane. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il lavoratore – un nigeriano regolarmente presente in Italia, assistito dall’avvocato Francesco Di Pietro – sarebbe stato reclutato per lavorare nei campi senza contratto, con turni estenuanti e retribuzioni al di sotto dei minimi di legge. Per circa 15 giorni avrebbe prestato servizio per conto di una delle imprese coinvolte, senza mai ricevere il compenso pattuito. Alloggiato in un casolare fatiscente e privo dei requisiti igienico-sanitari minimi – si legge – l’uomo ha denunciato non solo le condizioni di vita degradanti ma anche le minacce ricevute quando ha chiesto il pagamento dello stipendio.

Le accuse La sua testimonianza ha portato alla luce il presunto sistema nel quale alcuni degli indagati – tra cui imprenditori agricoli e prestanome – avrebbero gestito questa attività di reclutamento illecito di manodopera, approfittando della vulnerabilità dei lavoratori stranieri. Alcuni degli operai – come detto – venivano impiegati in condizioni di sfruttamento, privi di adeguata formazione e dispositivi di sicurezza, sottoposti a ritmi di lavoro intensivi e retribuiti con cifre irrisorie.

Le parole del legale «In Umbria, dal 2016 ad oggi, vi è stata un’attenzione sul tema dello sfruttamento lavorativo iniziata con il progetto antitratta “Free Life” e proseguita con i progetti del Ministero del lavoro “Diagrammi Nord” ed “Umbria legale e sicura” – sono le parole dell’avvocato Francesco Di Pietro -. Ciò ha permesso di avere ulteriori strumenti e risorse (messe a disposizione dal cd. terzo settore) per intercettare ed avvicinare le persone vittime (in diversi contesti, in primis l’agricoltura) e far emergere la condizione di sfruttamento. Tra i vari casi, c’è anche quello oggetto del procedimento penale in corso».

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