di Maurizio Troccoli
La multinazionale tedesca Rwe Renewables ha chiesto di entrare nel giudizio davanti alla Corte costituzionale sulla legge regionale dell’Umbria che disciplina le aree idonee e non idonee per gli impianti da fonti rinnovabili. È una mossa non scontata, perché il procedimento è un giudizio in via principale, formalmente “chiuso”, che vede contrapposti solo lo Stato e la Regione. Proprio per questo la richiesta dell’azienda rappresenta un passaggio delicato e potenzialmente controverso.
Rwe chiede di essere ammessa perché sostiene di avere un interesse diretto e immediato: la legge regionale, secondo l’azienda, incide in modo decisivo e negativo su tutti i suoi progetti in Umbria, rendendone di fatto impossibile l’autorizzazione. L’impresa afferma che, se non potrà intervenire ora, subirà un danno irreversibile prima ancora di poter sollevare una questione di costituzionalità in un altro giudizio.
La Corte costituzionale, però, potrebbe respingere la richiesta. La Regione ha diversi argomenti a suo favore. Il primo è di natura procedurale: il giudizio tra Stato e Regioni è pensato per verificare il rispetto delle competenze costituzionali e, per sua natura, non prevede la partecipazione di soggetti privati, se non in casi eccezionali. Ammettere l’intervento di un’impresa potrebbe aprire la strada a richieste analoghe da parte di altri operatori, snaturando il giudizio. Inoltre la Regione può sostenere che RWE dispone comunque di altri strumenti di tutela, come i ricorsi amministrativi già avviati, e che non è necessario un suo ingresso diretto nel processo costituzionale.
Contattato telefonicamente da Umbria24 e sollecitato sull’iniziativa assunta dall’azienda, l’assessore regionale all’Ambiente Thomas De Luca ha detto: «È del tutto irrituale che un soggetto proponente intervenga in un giudizio di legittimità costituzionale tra una Regione e lo Stato, considerando che questo è avvenuto per accesso diretto e non incidentale. Non condividiamo in alcun modo – ha aggiunto – le interpretazioni fatte. Ad ogni buon conto se serviva una dimostrazione dell’efficacia della nostra legge verso interventi fatti senza pianificazione e governo del territorio, questa è la prova del nove».
Rwe è uno dei principali operatori europei nel settore delle rinnovabili. In Umbria ha presentato tre progetti di grandi dimensioni. Il primo è il parco eolico Monte Burano, nel territorio di Foligno, con dieci aerogeneratori e una potenza complessiva di 72 megawatt. Il secondo è l’impianto agrivoltaico Deimos, tra Orvieto, Bagnoregio e Castel Giorgio, da circa 43 megawatt di picco. Il terzo è il parco eolico Phobos, tra Orvieto e Castel Giorgio, con sette aerogeneratori e una potenza di 42 megawatt. Proprio su quest’ultimo progetto si è già acceso un contenzioso: il Consiglio di Stato ha riconosciuto la formazione del silenzio-assenso sull’autorizzazione unica, ma successivamente la Regione ha adottato un provvedimento negativo, ora impugnato davanti al Tar.
Secondo l’azienda, la legge regionale 7 del 2025 sulle aree idonee e non idonee renderebbe di fatto impraticabili tutti questi interventi. La norma, infatti, individua come non idonee vaste porzioni di territorio e stabilisce che, in quelle aree, le autorizzazioni hanno una «altissima probabilità di esito negativo». Rwe sostiene che, applicando i criteri della legge, quasi tutto il territorio umbro risulti non idoneo per l’eolico industriale e per il fotovoltaico di grandi dimensioni, vanificando anche i procedimenti già in corso.
È questo il cuore del contenzioso tra Governo e Regione. L’esecutivo ha impugnato la legge umbra perché ritiene che violi i principi fondamentali fissati dallo Stato in materia di energia. Con una norma nazionale successiva, lo Stato ha eliminato dall’ordinamento il concetto stesso di “aree non idonee”, lasciando alle Regioni solo la possibilità di individuare aree idonee aggiuntive a quelle individuate dallo Stato, ma non di introdurre divieti generalizzati. Secondo il Governo, la legge umbra continua invece a basarsi sulle aree non idonee e costruisce un sistema che, nella sostanza, bloccherebbe lo sviluppo delle rinnovabili che invece, secondo sia un orientamento europeo che nazionale dovrebbe essere oltre che accolto favorito, nell’ottica della decarbonizzazione e degli obiettivi ambientali.
La Regione difende la propria scelta sostenendo di voler tutelare il paesaggio e il territorio, favorendo al tempo stesso le rinnovabili, indirizzando gli impianti verso luoghi già compromessi o meno sensibili. La legge, non indica aree precise su una mappa, ma definisce caratteristiche dei luoghi idonei. Sono considerate idonee le superfici già urbanizzate, le aree industriali esistenti o dismesse, le cave e le discariche chiuse, le zone lungo le grandi infrastrutture di trasporto, come autostrade e ferrovie, e le coperture degli edifici. Non ci sono, quindi, colline o vallate individuate per nome, ma categorie astratte di spazi.
Questo impianto, però, crea un problema evidente per gli impianti industriali di grandi dimensioni, in particolare per l’eolico. Le pale di grande taglia richiedono spazi aperti, continui e spesso in quota, difficilmente compatibili con aree urbanizzate, fasce stradali o siti dismessi. Di conseguenza, pur senza un divieto espresso, la possibilità concreta di realizzare grandi parchi eolici in Umbria si riduce.
La legge regionale considera idonee all’eolico industriale solo le aree che rispettano insieme requisiti stringenti: impianti sopra 1 Mw, altezza massima di 100 metri, vento medio superiore a 6 m/s e bassa esposizione panoramica rispetto ai beni tutelati. Non vengono indicati luoghi precisi, ma solo caratteristiche dei siti, demandando alla Regione una successiva mappatura.
Applicando questi criteri, l’area che più si avvicinerebbe, in linea generale e senza un criterio scientifico, a tali condizioni è una parte della fascia sud-occidentale dell’Umbria, tra Orvietano e Amerino, in particolare alcune zone interne di Castel Giorgio, Castel Viscardo e Allerona, lontane dai centri storici e dai principali coni visuali. Si tratterebbe di territori con ventosità relativamente più alta, meno emergenze monumentali e un paesaggio già in parte infrastrutturato, dove non a caso si sono concentrati diversi progetti eolici, compresi quelli di Rwe.
Anche qui, però, la realizzazione di impianti resta molto complessa: fasce di rispetto, vincoli paesaggistici, aree Natura 2000 e valutazioni sulla visibilità riducono gli spazi a pochi lembi frammentati. In sostanza, l’eolico industriale non è vietato, ma la combinazione dei criteri rende la sua collocazione concreta non semplice e immediata, realizzabile soltanto per frazioni di territorio individuabili su progettualità specifiche e non su vasta scala.
