di M.T.
È in corso una trasformazione profonda, spesso sottovalutata, che riguarda insieme medicina e sviluppo economico: la rivoluzione tecnologica delle scienze della vita. Tecnologie sempre più avanzate consentono di profilare le malattie con un livello di dettaglio inedito – genomica e altre “omiche”, imaging ad altissima risoluzione, modelli basati su cellule staminali, analisi dei big data – mentre la ricerca sta generando nuovi terapeutici molecolari più mirati ed efficaci rispetto ai farmaci tradizionali. Il nodo centrale, come evidenziato da un’analisi del Sole 24 Ore firmata dal direttore di Human Technopole, Marino Zerial, è accelerare il trasferimento tecnologico, riducendo la distanza tra scoperta di laboratorio e applicazione clinica: solo così la ricerca diventa valore sanitario, sociale ed economico.
È un quadro che non riguarda soltanto i grandi distretti internazionali e nazionali. Anche l’Umbria, pur su scala diversa, sta provando a mettere insieme i pezzi di un ecosistema regionale delle scienze della vita, fondato su collaborazione tra università, sistema sanitario, imprese e strumenti di innovazione.
Il passaggio più significativo in questa direzione è il protocollo d’intesa quinquennale firmato tra Regione Umbria e Università degli Studi di Perugia, centrato su sanità digitale, medicina personalizzata e innovazione tecnologica in ambito biomedicale e sociosanitario. L’intesa, presentata come un modello capace di connettere pubblico e privato, coinvolge anche Confindustria Umbria e punta a strutturare collaborazioni stabili tra istituzioni, ricerca e sistema produttivo regionale. Tra gli obiettivi indicati: spingere sull’uso di tecnologie avanzate, sull’applicazione dell’intelligenza artificiale e sulla gestione dei dati sanitari per migliorare diagnosi e percorsi terapeutici, ridurre disuguaglianze nell’accesso alle cure e rafforzare l’assistenza anche sul territorio.
Il fulcro operativo è il Curi, Centro umbro di ricerca e innovazione, indicato come infrastruttura strategica regionale per lo sviluppo di attività avanzate legate alle scienze omiche. Nato nell’ambito di programmi di finanziamento nazionali, con un investimento universitario dichiarato di 5 milioni di euro, il Curi è una piattaforma multidisciplinare dedicata ad ambiti come metabolomica, esposomica e lipidomica, con strumentazioni analitiche avanzate e competenze di bioinformatica e gestione dati. In questo impianto si inserisce anche Omnia Health, progetto descritto come rete tecnologica per una diagnostica multidisciplinare centrata sul paziente e integrata nel servizio sanitario regionale, che la Regione ha dichiarato di voler sostenere anche con risorse proprie.
Il tema è lo stesso che il Sole 24 Ore colloca al centro della rivoluzione biotech: la tecnologia da sola non basta, serve un contesto che renda possibile la trasformazione delle scoperte in applicazioni, prodotti, imprese e lavoro qualificato. Nell’analisi vengono citati modelli internazionali come Kendall Square a Boston, dove contano reputazione scientifica e capacità di attrarre capitali privati in un ambiente in cui investitori, ricercatori e clinici operano nello stesso spazio, e la Medicon Valley tra Danimarca e Svezia, basata su collaborazioni pubblico-private. In Italia, Human Technopole e Mind vengono presentati come un modello di distretto dell’innovazione biomedica sostenuto da finanziamenti pubblici e dotato di piattaforme tecnologiche nazionali, con un approccio che punta a rendere accessibili infrastrutture troppo costose per singoli gruppi di ricerca e a costruire ponti strutturali tra pubblico e privato.
In Umbria, un tassello rilevante in questa direzione è il Biomedical Cluster of Umbria, che secondo i dati pubblicati dall’organizzazione raggruppa 34 aziende del settore, con un fatturato complessivo di circa 510 milioni di euro e circa 4.900 addetti. La missione dichiarata è favorire sinergie, trasferimento tecnologico, innovazione e attrazione di investimenti, contribuendo a dare massa critica a un comparto che, in una regione con un tessuto produttivo frammentato, rischierebbe altrimenti di restare disperso in iniziative isolate.
Un ulteriore nodo, centrale anche nei modelli internazionali, è quello del capitale umano. Human Technopole rivendica che oltre il 40% dei ricercatori proviene dall’estero, segnale di un’impostazione che punta su internazionalizzazione e competitività delle carriere scientifiche. In Umbria, pur con una dimensione incomparabile, la direzione è simile: l’accordo Regione-Università prevede percorsi formativi avanzati, tra master, summer school e dottorati industriali nei campi delle scienze omiche e delle biotecnologie digitali, con l’obiettivo di formare competenze non solo accademiche ma capaci di muoversi tra biologia, dati, clinica e industria.
La traiettoria che si sta delineando – protocollo Regione-Università, infrastrutture come il Curi, rete Omnia Health, cluster industriale e formazione avanzata – rappresenta una base per inserire l’Umbria nella nuova geografia italiana delle scienze della vita, almeno su specifiche nicchie. Ma, come insegnano i distretti internazionali, la sfida non è soltanto “avere progetti”: è costruire continuità e governance, superare frammentazioni e lentezze, attrarre investimenti privati e venture capital e rendere credibile e stabile il trasferimento tecnologico. È su questo terreno che la rivoluzione biotech, anche in Umbria, può trasformarsi da promessa scientifica a impatto reale su sanità, lavoro e sviluppo.
