©️Fabrizio Troccoli

Il turismo cresce in Umbria più che nel resto d’Italia, ma una parte rilevante di questo sviluppo continua a non tradursi in risorse per i territori. È uno dei principali elementi che emerge da uno studio dell’Agenzia Umbria Ricerche dedicato alla diffusione e agli effetti dell’imposta di soggiorno, che fotografa una regione in forte ripresa sul piano delle presenze ma ancora lontana da una piena valorizzazione fiscale dei flussi turistici.

Tra il 2019 e il 2024 le presenze in Umbria sono aumentate del 14,6 per cento, più del doppio della media nazionale, ferma al 6,7 per cento. Un risultato che colloca la regione tra le più dinamiche a livello italiano e che appare ancora più significativo se si considera la struttura del sistema turistico umbro, caratterizzato da forte stagionalità e da una rete di destinazioni medio-piccole, spesso prive delle infrastrutture dei grandi poli turistici.

In questo contesto, l’imposta di soggiorno rappresenta uno strumento potenzialmente decisivo per consentire ai comuni di intercettare una parte del valore generato dal turismo e reinvestirlo in servizi, manutenzione urbana e politiche di accoglienza. In Umbria, però, l’applicazione del tributo resta parziale. Nel 2025 l’imposta è in vigore in 39 comuni, con un gettito complessivo pari a 7,66 milioni di euro. Nell’ultimo anno sei amministrazioni – Bastia Umbra, Torgiano, Norcia, Massa Martana, Fabro e Monteleone d’Orvieto – hanno introdotto il tributo per la prima volta, contribuendo a un aumento del gettito regionale del 20,5 per cento.

Una curiosità: se si rapportano le entrate fiscali alla popolazione, la classifica è parzialmente diversa: al primo posto si piazza Lisciano Niccone, grazie alla presenza di una struttura ricettiva di lusso, con 127 euro di gettito da imposta di soggiorno per ciascun residente, seguito da Assisi (84 euro) e Cascia (81 euro).

Il quadro resta tuttavia squilibrato. Quasi metà delle entrate si concentra in due soli comuni: Assisi, che nel 2025 ha incassato 2,3 milioni di euro, e Perugia, con 1,3 milioni. Seguono a distanza Orvieto, Gubbio e Spoleto. Se invece si guarda al rapporto tra gettito e popolazione residente, emergono casi come Lisciano Niccone, Assisi e Cascia, dove il peso dell’imposta per abitante è particolarmente elevato.

Secondo Umbria Ricerche, il dato più critico riguarda però la mancata applicazione dell’imposta in una parte consistente del territorio regionale. L’Umbria è una delle poche regioni italiane in cui tutti i comuni presentano una qualche forma di vocazione turistica, ma nonostante questo una quota significativa delle presenze continua a non essere tassata. Nel 2024 oltre 1,4 milioni di pernottamenti, più di uno su cinque, non sono stati soggetti all’imposta perché avvenuti in comuni che non la applicano. Una quota doppia rispetto alla media nazionale.

La conseguenza è un mancato gettito stimato in circa 1,7 milioni di euro in un solo anno. Se l’imposta fosse stata applicata in modo uniforme su tutto il territorio regionale, le entrate complessive sarebbero state superiori di oltre il 26 per cento. Una cifra che avrebbe potuto essere destinata a servizi pubblici, manutenzione dei centri storici e interventi di supporto all’accoglienza.

Lo studio mette in evidenza anche un problema di equità territoriale. Alcuni comuni riescono a trasformare l’attrattività turistica in risorse economiche, mentre altri, pur beneficiando dei flussi, rinunciano a uno strumento fiscale già previsto dall’ordinamento. Ne deriva un sistema frammentato, che rischia di indebolire la capacità complessiva della regione di convertire la crescita del turismo in sviluppo locale.

La fotografia restituita dall’Agenzia è quindi quella di una regione in buona salute sul fronte delle presenze, ma ancora alle prese con un potenziale inespresso. La sfida, nei prossimi anni, sarà colmare questo divario, rendendo più omogenea l’applicazione dell’imposta di soggiorno e rafforzando il legame tra turismo e benefici concreti per i territori.

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