di Chiara Fabrizi
«Non dormo da sei giorni e da altrettanti non ho notizie delle mie zie di primo grado che vivono a Teheran, gli unici parenti che mi sono rimasti». Così a Umbria24 Shahin Ghodsi, da oltre 10 anni residente a Perugia e segretario generale dell’associazione Anahita, fondata quattro anni fa intorno ai valori di «libertà, verità, giustizia e identità culturale». Ghodsi, 38 anni, contato da Umbria24, lunedì mattina ha sostenuto che «la gente da Teheran, a Isfahan, a Tabriz e in tutto il paese, era preparata a una simile rivolta e le ultime notizie, che con grande difficoltà riceviamo, confermano come la popolazione non abbia intenzione di lasciare le piazze: ormai – dice – questa è la battaglia finale contro il regime, siamo a un punto di non ritorno, nonostante la repressione sia diventata giorno dopo giorno più feroce».
In questo senso, Ghodsi, che è ormai perugino d’adozione, racconta che «ieri a Teheran è morta la nonna di un mio amico, il quale ha raggiunto l’obitorio e assistito a scene horror: era talmente pieno di corpi che non c’era più spazio per accoglierli, mentre centinaia di famiglie hanno atteso almeno almeno sei ore per recuperare i corpi dei propri cari». Le immagini della marea di sacchi neri hanno fatto il giorno del mondo, ma di fronte alla ferocia con cui la Repubblica islamica sta reagendo alle proteste della popolazione, Ghodsi dice di non voler perdere la speranza: «Restiamo positivi, perché convinti che quanto sta accadendo rappresenti la fine del regime, nonostante la reazione sia segnata da un livello di violenza maggiore rispetto a quello che ci aspettavamo». Il 38enne iraniano, infine, dice di aver partecipato alla manifestazione di sabato a Roma: «C’erano 600 persone circa, tutte estremamente preoccupate per quanto sta accadendo e molte di loro si aspettano dal mondo libero non soltanto solidarietà, ma anche atti pragmatici, a cominciare dall’espulsione degli ambasciatori del regime, che sta massacrando la propria gente».




