di Chiara Fabrizi

Un presunto ingiusto profitto quantificato in 36,8 milioni di euro ottenuto da oltre 30 mila investitori, la stragrande maggioranza dei quali non ha sporto denuncia, a differenza della ventina di persone, tra cui anche alcuni cittadini stranieri, che invece hanno depositato querela e fatto scattare le indagini della Guardia di Finanza. Sono 25 gli indagati a cui la Procura di Spoleto nei giorni scorsi ha notificato l’avviso di conclusione indagini per quella che viene considerato una truffa gigantesca compiuta con una criptovaluta, che è stata lanciata nel febbraio 2017. Al termine delle indagini, il procuratore capo Claudio Cicchella, insieme ai sostituti Michela Petrini e Roberta Del Giudice, contesta a vario titolo i reati di truffa aggravata, abusivismo finanziario, autoriciclaggio e appropriazione indebita.

Agli indagati viene contestato di aver dal giugno 2018 prospettato guadagni sicuri con investimenti che, a partire dal 2019, sono stati anche collegati alla commercializzazione di Big Data: «Tutto il mondo guadagna coi tuoi dati, ora inizia a guadagnare anche tu». La pubblicizzazione del prodotto avveniva su piattaforme come Facebook, YouTube o in gruppi Telegram, e avrebbe indotto in errore gli investitori sulla genuinità e solidità dell’operazione, che veniva in parte anche ancorata a una presunta riserva di diamanti, la cui rivalutazione avrebbe dovuto rappresentare una garanzia dell’investimento.

Per gli investigatori al centro delle indagini c’è una struttura piramidale di vendita che avrebbe poi impiegato le somme raccolte dalla base in attività finanziare speculative, così da ostacolare l’identificazione della provenienza illecita. In questo senso, la contestazione di autoriciclaggio porta con sé una serie di operazioni che vanno dal trasferimento di fondi a una società di estrazione oro fino all’acquisto di fondi di investimento, buoni postali dematerializzati, immobili, polizze vita, barche, auto e moto.

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