In Umbria, solo il 39 per cento dei 231.325 lavoratori dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato, full time e per l’intero anno. Il dato emerge dagli studi sui salari, presentati martedì nel corso di una conferenza stampa, condotti dalla Fondazione Di Vittorio e dall’Ufficio economia della Cgil su fonti Inps, Istat e Agenzia Umbria Ricerche; a emergere, nel complesso è una realtà lavorativa segnata da instabilità, bassi salari e forte precarietà.
I dati Il salario medio lordo annuale per i lavoratori umbri nel 2023 è stato di 20.993 euro. Tuttavia, oltre il 30 per cento guadagna non più di 10mila euro lordi l’anno. Tra questi, si contano circa 20mila persone (8,6 per cento) con contratti a termine, part time e discontinui e un salario medio di circa 6.500 euro; 19.500 lavoratori (8,5 per cento) con contratti a tempo indeterminato ma con lavoro discontinuo e part time, che percepiscono circa 10.500 euro lordi l’anno; e altri 31mila (13,5 per cento) con contratti a termine, full time ma discontinui, con un reddito lordo annuo attorno ai 10mila euro.
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Le retribuzioni Il resto degli occupati, circa 70mila, si distribuisce su varie forme contrattuali, con retribuzioni che variano tra i 16mila e i 28mila euro. I dati evidenziano anche un forte divario generazionale: il 30,4 per cento dei lavoratori ha meno di 35 anni e percepisce in media 15mila euro lordi annui; la fascia tra i 35 e i 64 anni, che rappresenta il 67,5 per cento del totale, guadagna in media 23.800 euro; oltre i 64 anni, con appena il 2,1 per cento della forza lavoro, il salario medio è di circa 16.400 euro. «I salari molto bassi e un lavoro che cresce quantitativamente, ma solo in forma discontinua, precaria e sottopagata» ha detto Maria Rita Paggio, segretaria generale della Cgil Umbria, che denuncia «il conseguente aumento del numero di persone che pur lavorando restano povere».
Il Jobs Act Lo studio della Fondazione Di Vittorio si è concentrato anche sull’evoluzione dell’occupazione tra il 2014 e il 2024, cioè nei dieci anni successivi all’introduzione del Jobs Act. Nel 2019, gli occupati in Umbria erano 363mila: i dipendenti a tempo indeterminato sono cresciuti appena dell’1,5 per cento (pari a 3mila unità), mentre quelli a termine sono aumentati del 37,2 per cento (+13mila). Gli indipendenti sono calati del 2,8 per cento. La tendenza ha evidenziato una polarizzazione tra professioni altamente qualificate e non qualificate.
Il post pandemia Nel periodo 2019-2024, influenzato dalla pandemia, gli occupati in Umbria sono saliti a 373mila (+4,2 per cento rispetto al 2019). In crescita l’occupazione nelle costruzioni (soprattutto nel 2021), stabile l’industria (+11,8 per cento nel 2024 rispetto al 2019), forte l’aumento nel commercio, alberghi e ristoranti (+13,5 per cento solo nel 2024), mentre è crollata quella in agricoltura (-37,5 per cento, da 16mila a 10mila addetti).
I commenti Andrea Corpetti, segretario regionale della Cgil, ha sottolineato che «le condizioni di lavoro in Umbria sono particolarmente deficitarie, con diffuso part time e retribuzioni molto basse». Il calo demografico e la fuga dei giovani fuori regione ne sono una diretta conseguenza. Secondo Francesco Sinopoli, presidente della Fondazione Di Vittorio, «i salari italiani sono tra i più bassi in Europa, stagnanti da circa il 1991. Le riforme del lavoro hanno peggiorato la condizione di vita di milioni di persone». E aggiunge: «Sono le politiche pubbliche e gli investimenti pubblici e privati che trainano l’occupazione, non certamente la riduzione delle tutele». «I dati e le informazioni che abbiamo presentato oggi – ha concluso Paggio – dimostrano ancora di più e ancora una volta l’attualità dei cinque quesiti referendari su lavoro e cittadinanza, su cui saremo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno».
