di Maurizio Troccoli
Prima delle tattiche o delle strategie, prima degli accordi o delle invocazioni allo Spirito santo, dietro a un conclave ci sono le dinamiche di gioco. C’è bisogno cioè di capire come ci si muove, come un papabile si fa strada, quale profilo ha più possibilità e perché. Il conclave è sempre imprevedibile ed evitando di ripetere i luoghi comuni ‘di chi entra Papa eccetera…’ proviamo a comprendere come sviluppa la partita. Innanzitutto si parte dal profilo che deve avere il nuovo Papa e non dal nome. E il profilo fa i conti con le aspettative dei cardinali in primo luogo e l’attualità della chiesa, compresa la sua geopolitica.
E’ fuori discussione che la Chiesa lasciata da Bergoglio rispetto a quella lasciata da Benedetto XVI presenta meno centralità sulla curia romana e più espansione verso le periferie. Gli stessi cardinali, 100 dei quali circa sarebbero di pensiero bergogliano contro ai 30 conservatori, presi singolarmente, non sono rappresentanti né di maggiore popolo cattolico, né di storiche sedi, né di veri e propri partiti o correnti. Tradotto, possiamo avere aree geografiche con molti cattolici senza cardinali e aree geografiche con meno cattolici ma con cardinali. Come sicuramente avremo tanti bergogliani che voteranno candidati diversi. Se fossero tutti di una corrente invece di dividere i voti, ad esempio tra Zuppi, Parolin o Pizzaballa, confluirebbero subito su un nome così da dargli scia lunga, aspetto questo che potrebbe portare rapidamente a una fumata bianca. Facendo convergere più rapidamente anche chi, inizialmente, ha altre preferenze.
Insomma i blocchi è vero che esistono, ma fino a un certo punto. Esiste cioè un blocco di cardinali italiani, come anche europei, come anche americani, latini, asiatici, africani e così via. Ma spesso sono più forti le differenze interne, ovvero ad esempio tra curiali e di sede, piuttosto che tra continenti. E’ noto all’interno della chiesa che i cardinali di Curia romana, quelli cioè con incarichi centrali hanno una visione di chiesa differente dai cardinali con sede. E quelli con sede hanno una visione diversa tra loro se sono prossimi all’Occidente o nelle periferie del mondo. Poi ci sono i cardinali nunzi apostolici che sono in relazione sia con la sede centrale che rappresentano sia con la sede episcopale presso cui operano come diplomatici del vaticano.
Queste differenze entrano tutte in gioco e creano maggiori o minori capacità e possibilità di dialogo e di influenze. I curiali ad esempio riescono a parlare di più tra loro anche se di provenienza diversa. A patto che in seno alla stessa Curia non ci siano divisioni inconciliabili. Portatori di interessi considerati importanti, ad esempio cardinali provenienti da aree del mondo distanti dalla Curia romana, ma in forte crescita di fedeli, potrebbero trovare sponda in cardinali dell’altra parte del mondo ma con la stessa priorità di favorire il cattolicesimo crescente, e quindi compattarsi attorno a un nome che ricentri la chiesa in periferia.
Ci sono altri aspetti ancora che aggregano come gli ordini religiosi. Tra questi i più importanti sono i gesuiti, storicamente molto presenti nel mondo, forse i più presenti in quanto a gerarchie ecclesiastiche – mentre come sacerdoti i più diffusi dovrebbero essere i salesiani – quindi i francescani e i domenicani. Seguono altri ordini sempre forti e importanti ma con una presenza meno capillare o fortemente concentrata su aree specifiche. Si pensi agli agostiniani e ad altri ordini monastici oppure si tenga ancora conto dei diocesani, quei sacerdoti cioè che appartengono alle diocesi e non agli ordini religiosi, dai quali nascono numerosi vescovi e anche cardinali. Anche queste appartenenze sono capaci di creare gruppo.
Che possono essere più o meno compatti. E soprattutto possono cambiare in fase di votazione del conclave. La premessa è sfondare la soglia dei due terzi. Che all’inizio è raggiungibile attraverso una votazione libera su tutti e, a un certo punto invece, obbliga i votanti a decidere tra i due favoriti. Ma anche con soli due al voto potrebbe non essere raggiunta la maggioranza dei due terzi, obbligando a rifare tutto.
Questo tipo di impasse si crea soprattutto rispetto a nomi che radicalizzano. Cioè se un blocco di voti diventa inamovibile per ostilità all’ ‘avversario’, la votazione potrebbe arenarsi e confermare l’insuperabilità del limite. Situazione che si rompe con un terzo incomodo che avanza e che potrebbe però apparire come profilo di ripiego. In questa ottica i cardinali sanno che è meglio preferire un profilo che allo stesso tempo li rappresenta ma che è dialogante con gli altri, piuttosto che uno fortemente rappresentativo, fino ad apparire ostile agli altri. Scenario che potrebbe vedere avvantaggiati persino i gruppi con meno voti i quali, per consapevolezza di questa minorità, sono maggiormente inclini a individuare un profilo dello schieramento opposto che dialoga con loro e che rompe il fronte granitico della concorrenza.
L’età ha il suo perché nella votazione. Si dice che ogni cardinale vorrebbe partecipare almeno a un altro conclave. Tradotto: un papa troppo giovane potrebbe durare talmente a lungo da non consentire a un cardinale di rientrare in Sistina. Come si dice che ‘bisogna scegliere un santo padre e non un padre eterno’: e cioè meglio una durata non troppo lunga così da non trasformare un Papa in una sorta di onnipotente. Ma la storia insegna che, in fasi critiche, i cardinali hanno scelto un papa carismatico, magari più giovane e trascinatore, capace di dare impulso ed energia alla chiesa, rispetto a un anziano che serva a completare l’opera del predecessore o a traghettare verso una nuova fase.
Sembrano strategie politiche o ‘da scacchiera’. Ma la storia dei conclavi racconta che esiste questa capacità e disponibilità di azione. Qualcuno sostiene che, ancorché vietati, esistano persino i compromessi. Ovvero gli accordi a sostenere un candidato in cambio di garanzie sulle rivendicazioni. Cioè promesse di posizioni di governo o comunque di rappresentanza.
In passato le nomine dei cardinali seguivano anche una certa logica appunto di rappresentanza. Ad esempio le comunità cattoliche più forti avevano più cardinali. Questo aspetto nel tempo e, soprattutto con Bergoglio, è andato affievolendosi. La diocesi di Milano ad esempio, probabilmente la più grande d’Europa non ha un cardinale. Quella di Venezia che ha avuto storici patriarchi idem. Valeva lo stesso per le grandi capitali europee e per le grandi città italiane come Bologna, Torino eccetera. Papa Francesco ha impresso un cambiamento radicale alle rappresentanze prediligendo una rappresentanza su tutte: la capacità di cambiare la chiesa. Per cui i nuovi cardinali non hanno risposto più alla logica di averne in proporzione alla dimensione della comunità, o in rappresentanza agli ordini religiosi piuttosto che ai diocesani, oppure in quota per la curia e per i nunzi apostolici, ma semplicemente quelli che a suo avviso maggiormente incarnano la capacità di aprire la chiesa al terzo millennio. Anche se la loro rappresentanza, in termini numerici, apparisse insignificante.
Ciò detto va tenuto conto di ulteriori altri fattori. Come i cardinali influenti. Anche questo aspetto era più presente un tempo. In qualunque parte del mondo, in passato, chiunque conosceva chi fosse Ratzinger o Ravasi o Scola o Sodano. Oggi molti dei cardinali che vengono a Roma da lontano non soltanto non si conoscono tra loro, non conoscono neppure quelli più anziani e hanno come riferimento o i cardinali di area geografica, ad esempio i primate di una nazione, o quelli di ordine religioso, oppure il Papa Rosso, ovvero il presidente di Propaganda Fide, che individua i vescovi nelle chiese del mondo e, per tanto, è in relazione con loro. Parentesi: c’è anche il Papa nero, il capo dei gesuiti, ma questi rappresenta un punto di riferimento per quelli dell’ordine o poco più. Tuttavia è indubbio che soprattutto nelle fasi iniziali, durante le congregazioni generali, i cardinali anziani, hanno capacità di aggregare cardinali influenti sui gruppi. Insomma, opinion maker che riescono a penetrare fino ai presidenti delle conferenze episcopali. E questi ai propri appartenenti.
Infine contano, eccome, le simpatie o le eventuali ‘profezie’ o messaggi che Papa Francesco avrebbe potuto affidare a qualcuno dei maggiori influenti. Ma rispetto a queste non c’è capacità di investigazione che tenga.
