di Elle Biscarini
Dalla strada alla sala operatoria, dalla discriminazione all’abilitazione come operatrici socio-sanitarie. Celine Borges da Silva e Sofia Magali Contreras sono due donne trans che dal Sud America sono arrivate in Italia in cerca di riscatto. Tra mille ostacoli, difficoltà, discriminazione e periodi bui, ce l’hanno fatta: alla fine di febbraio, entrambe hanno completato il corso per diventare operatrici socio-sanitarie (Oss) e ora guardano al futuro con ottimismo. Hanno voluto raccontare le loro storie a Umbria24 «per mostrare a chi si trova nella nostra situazione che non si deve perdere la speranza in una vita migliore».
Celine viene dal Brasile, «un bel paese, ma rischioso per una persona trans». È arrivata in Italia tredici anni fa. La sua storia è una di quelle che iniziano con toni cupi. Per otto anni, Celine ha vissuto e lavorato in strada: «Non sapevo neanche che ci fossero opportunità per noi donne trans. Vivere in strada è rischioso, ma ammetto di aver incontrato anche belle persone. Ho visto la droga, l’alcool, tanta gente che stava male, costretta a prostituirsi per campare. C’è chi lo fa volontariamente e chi no».
Nel 2017 incontra l’Unità di strada Cabiria, che offre supporto a chi si trova in situazioni di vulnerabilità. Grazie a loro ottiene i documenti, la tessera sanitaria, e conosce l’associazione Ora d’Aria di Roma, dove si trasferisce. Lì frequenta i primi due anni delle medie. L’ultimo anno lo finisce nel quartiere di Ponte San Giovanni a Perugia. Poi i primi quattro anni di liceo: «Mi hanno bocciata un anno – ricorda ridendo – perché non sapevo il francese. Ero disperata e così ho chiamato uno dei miei professori delle medie di Ponte San Giovanni. È stato lui a spronarmi a non mollare». Celine si sposta allora a Foligno, dove riesce a finire il liceo e ad ottenere la maturità. Nel 2022 comincia il corso Oss. «All’inizio avevo paura del pregiudizio nelle strutture sanitarie – racconta – ma invece mi hanno accolta con affetto. I colleghi e persino i pazienti mi hanno fatto sentire apprezzata. Una delle caposala in uno dei reparti dell’ospedale in cui ho fatto tirocinio mi ha detto che ero fatta per questo lavoro. Oggi ringrazio a tutti quelli che mi sono stati accanto, le scuole, i professori, colleghi e colleghe, le istituzioni, le associazioni».
La storia di Sofia, invece, è un po’ diversa. «Ho studiato in Argentina – dice – e lì già lavoravo come infermiera prima della transizione». Quando però fa coming out, perde il lavoro a causa della discriminazione e se ne va in Europa, in cerca di una nuova vita. «Era la seconda metà degli anni ’90, in Argentina non esistevano tutele per le persone trans, quindi ho dovuto lasciare il mio lavoro, la mia casa, la mia famiglia. Sono arrivata in Spagna, dove ho conosciuto mio marito, un italiano di Roma. Ci siamo trasferiti in Italia, prima a Roma e poi a Perugia, dove ho conosciuto altre donne trans e ho deciso di rimettermi in gioco». Una delle donne che Sofia incontra è proprio Celine che ha appena preso la maturità ed è decisa a diventare Oss. È Celine a coinvolgere Sofia: «Non sapevo che ci fosse la possibilità per noi donne trans di riscattarci così. Molte di noi finiscono per strada, e francamente, non avevo mai visto una donna trans lavorare in ambienti diversi da quello del sex work. Uno dei problemi principali è la mancanza di informazioni: non tutte sanno che si possono finire gli studi, che si può trovare un lavoro, che lavorare per strada non è l’unica via».
Sofia ha completato il corso Oss insieme a Celine, «con il massimo dei voti e la lode» ci tiene a precisare con orgoglio, e oggi fa la volontaria con la Croce rossa. «La gente – dice allegramente – mi ha stupito: pazienti e colleghi sono stati fantastici. Non sono mai stata discriminata, anzi, mi hanno accolto con calore. Non è comune, in particolare per noi donne trans. Per gli uomini trans è forse un po’ più semplice, ma noi siamo viste malissimo».
Oggi, con l’abilitazione da Oss in mano, sia Sofia che Celine sono pronte a entrare nel mondo del lavoro e a rendersi, come dice Celine «parte integrante di questa comunità. Voglio contribuire e aiutare anche chi è nella mia stessa situazione. Vorrei che ci fossero più corsi di formazione e programmi di inserimento lavorativo, più informazione su questo. Noi persone trans vogliamo lavorare, avere una vita migliore, come tutti. Siamo uguali agli altri, abbiamo tutti problemi e difficoltà, ma non dobbiamo esitare a chiedere aiuto, non è vergogna. Dobbiamo essere solidali l’uno con l’altro. Dai bisogni primari, all’autorealizzazione, è qualcosa di cui abbiamo bisogno tutti, non importa il colore, il genere o la nazionalità».
Le fa eco Sofia: «Nella Costituzione italiana, l’articolo 3 parla di uguaglianza. Perché dovremmo avere meno diritti come donne trans? Noi esistiamo, non scompariremo in futuro e non abbiamo intenzione di nasconderci. Continueremo a esistere e a lottare per ciò che ci spetta: siamo persone prima che donne trans, abbiamo i nostri diritti e i nostri doveri ai quali non abbiamo intenzione di sottrarci o rinunciare».
L’ultimo appello è ai perugini, un invito a partecipare alla manifestazione dell’8 marzo in piazza Grimana, il corteo in occasione della Giornata internazionale della donna, per riflettere sull’inclusione e sulla parità di diritti. Per le donne, per le persone trans, per tutti. «Siamo donne anche noi. Siamo persone. Esistiamo, e meritiamo di essere riconosciute e supportate» concludono.
