di Stefania Supino e Martina Dominici
Con l’avvento dei social media prende piede la figura dell’influencer, e a partire dagli ultimi anni, si è assistito a un crescente interesse verso contenuti che trattano la salute mentale e il benessere psicofisico. Nasce così lo psico – influencer che, attraverso piattaforme come Instagram e TikTok, condivide contenuti con l’intento di contribuire a sdoganare temi considerati tabù e arrivando a ottenere milioni di visualizzazioni. I temi trattati spaziano dall’autostima alla depressione e il formato è semplice e diretto, da un semplice carosello di immagini a dei brevi video dove molti ci mettono la faccia, così da raggiungere un ampio pubblico, specialmente più giovane. In merito alla questione, Umbria24 ha chiesto il parere di due esperte psicologhe umbre, Agnese Scappini e Arianna Buttafuoco.
Psicologia in pillole «La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto di normalizzazione – spiega Arianna Buttafuoco – grazie a queste figure e allo sdoganamento di certe tematiche, si può parlare con minor vergogna della salute mentale. Tra i ragazzi ci sono moltissime problematiche sessuali ma non ne parlano, non le condividono tra loro e sentire su Instagram, ad esempio, qualcuno che ne parli, non li fa rimanere con il terrore che qualcosa non vada e soprattutto che non sia risolvibile». Normalizzare emozioni, comportamenti e stati d’animo attraverso la “realtà virtuale” porta molte persone a non sentirsi sole e rivolgersi, in un secondo momento, ad un professionista per iniziare un percorso. Un successo riscontrato maggiormente dopo la pandemia, circostanza in cui la salute mentale è diventata una priorità.
Il fenomeno Tra i volti noti di questo fenomeno ci sono Antonino Tamburello, Raffaele Morelli e Paolo Crepet e, sul territorio regionale, un grande seguito ce l’ha Agnese Scappini, quest’ultima conta oltre 500 mila follower su Instagram e TikTok. Questi influencer spiccano per la loro capacità di coinvolgere e sensibilizzare. «Come qualsiasi mestiere che concerne la salute, io credo che coloro che se ne fanno porta voce hanno il dovere etico di poter divulgare quanto più possibile tutto ciò che può essere utile, affinché le persone stiano bene – afferma Agnese Scappini – l’utente deve essere messo a conoscenza di che cos’è l’argomento per poter scegliere e giudicare meglio il professionista che faccia al caso suo». Il rischio che soggiace a questo mondo di sapere digitalizzato, fatto di micro pillole di terapia, è quello di spingere il singolo a fare da solo senza rivolgersi a professionisti, provocando un malessere maggiore per chi necessita un aiuto. «Il social è un’amplificatore della realtà e accade esattamente quello che accade nel passaparola – sostiene Scappini – il social è fondamentalmente un’enorme, amplificato, potenziato passaparola». Quindi, è fondamentale ricordare che i social non possono sostituire un vero percorso terapeutico e che l’istituzione dello psicologo di base, mai andata in porto per la mancanza di risorse – l’Umbria è una tra le regioni che si è mossa individualmente per l’istituzionalizzazione del servizio di psicologia di cure primarie – è necessaria.
Luci e ombre Se da un lato l’online offre opportunità di visibilità, dall’altro, la semplificazione eccessiva dei contenuti rischia di banalizzare esperienze complesse. «L’estrema semplificazione è pericolosa – spiega Buttafuoco- perché riduce la complessità emotiva a definizioni generiche. Il contro di questa divulgazione social da 60 secondi, secondo me, è l’estrema semplificazione del vissuto emotivo. In pochi secondi di divulgazione non c’è possibilità di aprire alla complessità e questo è un grande danno perché porta i ragazzi ad abusare, spesso in maniera scorretta, di termini come “narcisista maligno”». Un concetto complesso quello del narcisista e molti altri disturbi che non può essere banalizzato attraverso dei concetti elementari. «Con questa estrema semplificazione rischiamo di ridurre la mente e la parte più emotiva, relazionale, ad una misera definizione. Non a tutte le domande si può rispondere online perché si rischierebbe di ledere, non solo alle persone, ma anche al lavoro duro degli stessi psicologi che stanno cercando di entrare nella società in modo meno stigmatizzato» conclude Buttafuoco.
Accessibilità Allo stesso tempo, però, permettere ai più sospettosi di riformare le proprie idee è un grande traguardo e lo conferma Scappini: «Il mio target, avendo un grande seguito sia su TikTok che su Instagram, è costituito da persone di età più adulta, non solo giovanissimi. Questa è la cosa più bella, perché rende questa professione, per chi è più resistente, normale e accettata. Le persone più grandi, rispetto ai giovani, accettano la psicoterapia molto più faticosamente. E questa è una cosa bella, il fatto che la accolgono in maniera più morbida grazie ai social». La psicologa, infine, ha affermato che, considerando la grande esigenza che si sta manifestando nella società, è necessario che i professionisti scendano in campo, tra le persone, e diventino più accessibili. Ha sottolineato che, indipendentemente dal fatto che il lavoro venga comunicato sui social o meno, l’importante è svolgerlo con competenza, poiché questa è la cosa più rilevante.
