di Francesca Marruco
Gli chiese di aiutarla perché lui era un poliziotto, e perché lei, minorenne, non voleva vendere il suo corpo in quell’appartamento di Corciano in cui un transessuale la teneva segregata. Ma, stando a quanto detto dalla ragazza, «il poliziotto» come lo chiamava lei, un vigile urbano in realtà, le rispose che aveva pagato per avere un rapporto con lei. E pretese di consumarlo.
Oggi la condanna a quattro anni Per questo episodio un vigile urbano di Perugia è stato condannato a quattro anni di reclusione, al pagamento di una multa di 12mila euro e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni (vuol dire che almeno per cinque anni non potrà più lavorare per il Comune di Perugia). E’ stato anche condannato al pagamento di una provvisionale di 15mila euro nei confronti della minore che si era costituita parte civile con l’avvocato Giuseppe Levati, oltre al pagamento delle spese processuali. Il pubblico ministero Giuliano Mignini aveva chiesto sei anni di reclusione. I giudici Massei, Veròla e Lupo gli hanno invece concesso le attenuanti generiche condannandolo ad una pena di quattro anni.
Il vigile: sono innocente S.M., il vigile urbano motociclista giudicato colpevole per non aver aiutato la giovane, era difeso dall’avvocato Nicola Di Mario. L’uomo si è sempre professato estraneo ad ogni addebito: quel pomeriggio del 29 giugno 2002, secondo la sua versione dei fatti, era in servizio in coppia con un suo collega. La ragazza, 16enne all’epoca dei fatti, sentita più volte dagli inquirenti, non ha dubbi sull’accaduto: ha chiesto aiuto e le è stato negato, ha iniziato a piangere e ha dovuto comunque sottostare alle volontà del cliente.
Episodio ricostruito per caso L’episodio saltò fuori in seguito all’irruzione dei carabinieri nell’appartamento di Corciano in cui la minorenne veniva fatta prostituire da un transessuale. Sentita la ragazza in incidente probatorio, le venne domandato come mai non chiese mai aiuto a nessuno dei suoi clienti. «Perché da me veniva anche la polizia e non mi hanno mai aiutato», rispose al pm Giuliano Mignini. Quando la misero davanti a degli uomini da riconoscere individuò l’imputato senza esitazioni ma si sentì male, iniziò a tremare e a piangere.
Caccia al «poliziotto» A quel punto scattarono le indagini per trovare «il poliziotto» che per l’accusa è l’odierno condannato. Accusato inizialmente di violenza sessuale, l’uomo ha già affrontato un processo al termine del quale il collegio dei giudici ha riqualificato il reato e rimesso gli atti al gip. Secondo quei giudici, la ragazza, sulla cui testimonianza si basa l’intero procedimento, è attendibile. Inoltre, sia la minore che la transessuale (ha patteggiato la pena per il reato di riduzione in schiavitù) hanno riconosciuto il vigile come loro cliente.
Difesa, obiezioni e contromosse Ciò nonostante le contraddizioni su particolari attinenti l’imputato e il suo aspetto sono state molte. E proprio su queste contraddizioni pone l’accento l’avvocato Nicola Di Mario, il difensore dell’imputato, che dice di «attendere le motivazioni della sentenza per capire come i giudici hanno potuto superare i contrasti marcatissimi esistenti». Una volta lette le motivazioni, il cui deposito è fissato a 90 giorni, il legale ha già annunciato il ricorso in appello.

