sabato 1 ottobre 2016 - Aggiornato alle 14:05
23 aprile 2016 Ultimo aggiornamento alle 19:58

«Vi racconto le mie serate a casa di Pannella». Chiaramello: il sugo e le polpette da ‘nonno Marco’

Intervista all'ex addetta stampa dei Radicali. La passione del politico per la cucina, gli scioperi della fame, le gag in taxi e quella strana lezione al liceo tifernate sugli intellettuali

«Vi racconto le mie serate a casa di Pannella». Chiaramello: il sugo e le polpette da ‘nonno Marco’

di Enzo Beretta

Per spiegare il significato del termine intellettuale un’insegnante del liceo classico «Plinio il Giovane» di Città di Castello ha fatto tre esempi: Gesù, la Seconda guerra mondiale e Marco Pannella. Tra gli ultimi banchi della classe sedeva Liliana Chiaramello, la giornalista che dopo la laurea a Perugia è diventata l’addetta stampa del Partito radicale. «Era il 1993 – racconta a Umbria24.it -. La professoressa di greco pronunciò il nome di Pannella e quel nome scatenò qualcosa dentro di me. Tornai indietro con la memoria e pensai che avevo appena quattro anni quando mio padre mi portò ad un suo comizio. A casa mia sentivamo solo Radio Radicale. Pannella era talmente presente nella mia vita al punto che lo consideravo un nonno. Quella mattina mi accorsi, però, che di quell’uomo non sapevo nulla e così iniziai a studiarlo. In breve sono diventata ammiratrice del politico e compagna radicale di Marco».

Piuttosto curiosi i tre esempi dell’insegnante di greco…
«Non sapevo che Pannella fosse così importante. L’intellettuale è colui che sconvolge gli schemi. Attraverso le sue battaglie Pannella aveva sconvolto la società e la politica. Ancora ricordo le dichiarazioni durante l’intervista rilasciata a Daniele Luttazzi nel programma Satyricon. I temi caldi erano la pillola del giorno dopo, l’eutanasia e la liberalizzazione delle droghe leggere. Più volte in privato mi ha ripetuto che quelle battaglie non erano per sé ma per il futuro di tutti. I suoi temi hanno sempre espresso democrazia».

Come vi siete conosciuti?
«Ero all’Ansa nel 2007 quando ho ricevuto la chiamata di Rita Bernardini, segretaria dei Radicali. Capezzone era andato via e mi offrirono di lavorare al partito. A quel tempo Marco era parlamentare europeo e quando non andava a Bruxelles stavamo praticamente sempre insieme. All’inizio l’imponenza fisica e quel vocione mi mettevano soggezione. Entrava nel mio ufficio e mi fissava con quegli occhi azzurri profondissimi. Senza dirmi neanche buongiorno mi chiedeva ‘Come stai?‘: se rispondevo ‘male‘ si incazzava, se rispondevo ‘bene‘ si incazzava ugualmente e urlava ‘Come diavolo fai a stare bene con tutte le cose che vanno male in questo mondo…‘. Faceva riunioni ogni giorno, l’obiettivo era di far incontrare la politica radicale con quella nazionale. Attraverso le sue analisi sentivo di imparare continuamente qualcosa di nuovo. Non è mai stato banale in quanto mosso dalla convinzione che non si può agire senza conoscere la storia».

Mantieni un rapporto con lui nonostante sia terminata l’avventura coi Radicali?
«Certo, mi vedo e mi sento ancora oggi, soprattutto ora che non sta benissimo. Vado a trovarlo almeno un paio di volte al mese. L’ultima volta che è andato in tv, ospite a La7, ce l’ho accompagnato io, in taxi».

Ci sono racconti mitici dei suoi viaggi in giro per Roma col taxi. Puoi raccontarcene qualcuno?
«Tutti i tassinari della Capitale lo conoscono. Senza il suo amato sigaro neppure saliva. Chiedeva ‘Posso fumare?‘ e quando gli veniva risposto ‘Dottò, non si può‘ tagliava corto: ‘Io se non fumo muoio, prendo un altro taxi…‘. Quando trovava quello giusto si metteva a scherzare con l’autista. Arrivavano puntuali le lamentele sulla politica, dopo averli fatti un po’ sfogare troncava il discorso: ‘Per chi voti? Se non hai votato per i Radicali cosa vuoi ora da me?‘, prendeva la borsa e scendevamo».

Cambiamo argomento: lo sciopero della fame.
«Durante lo sciopero della fame e della sete del dicembre 2012 per l’amnistia ho davvero temuto per le sue condizioni di salute perché si era completamente disidratato ed era fisicamente molto provato. In quest’ultimo periodo a casa di Pannella ci vanno molti personaggi famosi – per citarne alcuni il ministro Orlando, Gianni Letta, Bertinotti, Berlusconi, Venditti, di recente c’è andato Vasco Rossi – ma quando inscenava quel tipo di proteste nell’appartamento in via della Panetteria, a Fontana di Trevi, c’eravamo soltanto noi collaboratori più fidati. Pannella amava molto cucinare, era la sua passione, preparava pentoloni di sugo e polpette. Apparecchiava la tavola e ci guardava mentre mangiavamo, senza toccare cibo. Diceva che condividere è la cosa migliore. Durante gli scioperi della fame, al massimo, ci faceva compagnia con un succo d’arancia o un cappuccino».

Qual è la cosa più preziosa che ti ha insegnato?
«Mi ha insegnato che siamo tutti mendicanti di conoscenza e di giustizia. Stando con lui ho imparato che è la costanza a dare forma alle cose e che non bisogna mai mollare la presa. Fai quel che devi, accada quel che può».

©Riproduzione riservata

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