mercoledì 28 settembre 2016 - Aggiornato alle 13:57
21 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 18:23

Va a ballare mentre è in malattia, licenziata ma il giudice le dà ragione: era depressa, doveva distrarsi

Il giudice del lavoro reintegra una dipendente e sanziona una cooperativa: «Le uscite non dimostrano che potesse lavorare»

Va a ballare mentre è in malattia, licenziata ma il giudice le dà ragione: era depressa, doveva distrarsi

di Iv. Por.

Va in un locale da ballo per tre volte durante il periodo di malattia, ma ciò non costituisce – per il giudice del Lavoro – motivo valido per il licenziamento. La vicenda riguarda una dipendente ternana di una nota cooperativa. È la stessa dipendente (di cui non riveleremo il nome per tutelarla dalla divulgazione di informazioni sul suo stato di salute) a rendere nota la sentenza emessa lunedì 18 luglio con una lettera alle redazioni in cui precisa di essere stata «licenziata verbalmente in tronco perché fotografata in un locale pubblico, durante un periodo di malattia regolarmente certificata dal medico di base e prolungata da medici Inps». La cooperativa, aggiunge, è stata condannata «all’immediato reintegro, al risarcimento di tutte le spese e del danno ingiustamente subito per l’illegittimità del licenziamento». Scontato che ci sarà ricorso in appello.

La storia del licenziamento La vicenda – come si legge nella sentenza – risale al marzo 2015, quando la cooperativa licenzia la dipendente e si rivolge al tribunale per chiedere la restituzione di circa 1.200 euro di prestazioni e contributi «non sussistendo il presupposto della malattia che ne giustificava l’erogazione». La stessa dipendente si costituisce in giudizio, in primis chiedendo l’incompetenza territoriale di Perugia (richiesta rigettata) e poi per contestare il licenziamento. Il presupposto del licenziamento stava in una raccomandata inviata dall’azienda a febbraio in cui si contestava come, nel periodo che va dal 27 ottobre 2014 al 18 febbraio 2015 si fosse assentata dal lavoro per quattro volte (20 giorni la prima, quasi un mese la seconda, 2 giorni la terza e un mese la quarta) e, durante questi periodi abbia partecipato a cene e balli in un noto locale di Terni. La cooperativa faceva inoltre notare la recidiva nei comportamenti, dato che a giugno aveva inoltrato alla stessa dipendente una lettera di biasimo per comportamenti simili. La dipendente risponde con raccomandata dichiarando che i periodi di malattia erano caratterizzati da «patologia dissimile per ogni certificato» e contestando una violazione alla propria riservatezza. Infine chiedeva la documentazione comprovante la partecipazione alle serate danzanti. La coop, preso atto che la dipendente non aveva contestato il fatto di aver partecipato alle serata, le comunica verbalmente il licenziamento in tronco, a cui è poi seguita la lettera di licenziamento.

Era depressa: doveva uscire La cooperativa non produce nemmeno in giudizio le foto della dipendente nel locale, ma c’è da dire anche che lei non nega la partecipazione. Anzi, scorrendo la sentenza si scopre che è proprio basandosi su quelle che il giudice le dà ragione. Mentre l’azienda, infatti, contesta che «la sua frequentazione di un certo locale ternano in serate debitamente specificate era considerato sintomo di capacità lavorativa e perciò rendeva illecita la sua assenza dal servizio con relativa trasmissione dei certificati medici» e il giudice ne riconosce la validità di procedere al licenziamento perché è nelle sue facoltà di legge avvalersi di verifiche diverse da quelle di tipo sanitario per determinare «lo stato di incapacità lavorativa», tuttavia dai certificati medici e da una perizia emerge che la donna soffriva di una forma di depressione «che talvolta sfociava in attacchi di panico, per curare la quale il medico di base aveva raccomandato, in modo del tutto ragionevole e scientificamente condivisibile, di evitare forme di ritiro sociale». In pratica, i medici stessi che hanno redatto i certificati le avrebbero suggerito di uscire. Il medico di base della donna, sentita dal giudice, conferma che «invitai la paziente anche ad uscire come del resto faccio con tutti i pazienti che soffrono di depressione, comprese le persone anziane». E anche il perito spiega che «trattandosi di un disturbo della relazionalità, è naturale che il consiglio è quello di recuperarne quanto più possibile nel più breve tempo possibile».

Le ragioni del reintegro Il giudice, dunque, conclude che, alla luce di tutto ciò, «il datore di lavoro non ha assolto l’onere – sullo stesso pacificamente gravante – di dimostrare l’insussistenza della malattia denunciata e certificata dalla lavoratrice: la simulazione dello stato di depressione non emerge, infatti dal fatto che questa abbia frequentato un locale notturno e ciò rende il caso di specie diverso – tanto per riecheggiare gli esempi della casistica più comune – da quello del lavoratore assente dal servizio per lombosciatalgia che venga colto nello svolgere attività sportiva o lavori domestici fisicamente impegnativi o che venga trovato impegnato nell’espletamento di altra attività lavorativa incompatibile con le ragioni di salute denunciate nell’ambito di altro rapporto di lavoro dal quale si è nel frattempo assentato. Il ricorso va, quindi, integralmente rigettato».

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