lunedì 26 settembre 2016 - Aggiornato alle 02:13
13 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 16:09

Umbria Jazz, la musica ‘piccante’ di Mehldau, Guiliana e Scofield. Arena in piedi per Washington

Al Santa Giuliana oltre un'ora di grande musica da parte di un all star trio che ha esplorato vari mondi musicali. Poi l'onda sonora del 34enne sassofonista e della sua band

Umbria Jazz, la musica ‘piccante’ di Mehldau, Guiliana e Scofield. Arena in piedi per Washington
Brad Mehldau ieri all'Arena (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

La «Scala Scoville» non è un particolare tipo di scala musicale, bensì il modo con cui si misura la piccantezza di un peperoncino. E piccante in un certo senso è stata anche la musica suonata martedì sera all’Arena Santa Giuliana in uno dei concerti più attesi di questo festival, ovvero quello del trio (in tour da poche settimane) formato da Brad Mehldau al piano e tastiere, John Scofield alla chitarra (ma anche, raramente, basso elettrico) e Mark Guiliana alla batteria. Un all star trio, dove il primo e il terzo hanno una frequentazione ormai consolidata. Giusto un anno fa Mehldau insieme al rodatissimo e solidissimo trio formato da Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria, diede vita al teatro Morlacchi a uno dei concerti più belli della passata edizione. Un anno dopo il pianista di Jacksonville è tornato a Perugia esplorando territori molto diversi, lontani da quelli del trio con Ballard e Grenadier e preferendo per quasi tutta la durata del set (oltre un’ora) le tastiere e i loro effetti al Fazioli. E quando decide di suonare i due strumenti insieme, proprio su «Scoville scale», mostra ancora una volta la straordinaria indipendenza delle sue mani.

FOTO: IL CONCERTO DI MEHLDAU

All star trio Un brano teso grazie al tappeto srotolato da Mehldau e reso ‘piccante’ e un po’ aguzzo dal fraseggio del chitarrista mentre Guiliana alza e abbassa la tensione. Probabilmente, uno dei vertici della serata. Come accennato, il rapporto musicalmente più solido è quello tra il pianista e batterista che qualche anno fa hanno dato alle stampe un album, «Mehliana: taming the dragon», che è un impasto, se proprio c’è la necessità di inscatolarlo, di echi progressive, trip-hop e funk in un trionfo di tastiere e sintetizzatori. È su questa base, in larghi tratti del concerto, che si innesta la chitarra di Scofield (non certo solo un gradito ospite, sia chiaro) per un altro passo in avanti del cammino artistico di Mehldau. La serata ha toccato più campi e atmosfere, dalla rarefatta e liquida «Wake up» (brano scritto da Mehldau) che ha aperto la serata al funk di «Pop Ho», pezzo di Scofield sulle orme, per chi ha avuto il piacere di ascoltarla, della sua band, la Uberjam; brano sul quale Mehldau si alterna tra assoli su Rhodes e Fazioli. Oltre a un altro brano scritto dal pianista, la serata si chiude con una ballad firmata da Scofield, molto apprezzata dal pubblico, e infine con un pezzo di Guiliana, «More jungle», dove mette in luce uno dei suoi marchi di fabbrica, ovvero quel drumming fatto di jungle e drum’n’bass che ne fa un batterista tra i più apprezzati sulla scena.

VIDEO: IL CONCERTO DI MEHLDAU
FOTO: IL CONCERTO DI WASHINGTON

Kamasi Washington Circondato da un dibattito furibondo che oscilla tra i due poli opposti, il protagonista del secondo set è stato il colossale sassofonista Kamasi Washington, 34 anni e un disco, «The Epic», del quale si parla, nel bene e nel male, da mesi. Dopo qualche concerto in Italia l’inverno scorso, Washington ha fatto il suo debutto a Umbria Jazz accompagnato dalla sua macchina da musica formata da due batteristi (Antonio Austin e Ronald Bruner), Ryan Porter al trombone, Miles Mosley al basso, la cantante Patrice Quinn, Brandon Coleman alle tastiere e, per larga parte del concerto (centrato molto su «The Epic), sul palco è salito anche il padre di Kamasi Washington, Rickey, al flauto e sax soprano. Il muro sonoro generato dalla band investe il pubblico fin dal primo brano, che altro non è se non «Change of the guard», punto d’avvio del monumentale (triplo) album. Seguono novanta minuti circa di un mondo sonoro che guarda al funk, all’R&B, al soul, al jazz e non solo, il tutto con una caratteristica importante, ovvero il saper arrivare allo spettatore/ascoltatore in modo molto diretto ed efficace.

VIDEO: IL CONCERTO DI WASHINGTON

Il gigante E benché sia lui, il gigante in abiti africani sostenitore del jazz come Black american music, il protagonista assoluto, il palco lo divide abbondantemente con il resto della band: dal dialogo tra i due batteristi al brano scritto da Mosley fino allo spazio lasciato alla voce di Patrice Quinn. Nel complesso un groove coinvolgente, in grado di parlare in modo diretto al pubblico, mentre il sax di Washington, a volte tirato fino al limite, oscilla tra espressività e lirismo e gli echi, le atmosfere di lavori che tra gli anni ’60 e ’70 hanno voluto rappresentare una chiara presa di coscienza da parte di molti musicisti neri.

Twitter @DanieleBovi

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