mercoledì 28 settembre 2016 - Aggiornato alle 13:56
18 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 12:02

UJ, gli Steps Ahead: «A Perugia come in famiglia, anche se gli insetti del Frontone ci ruppero il sintetizzatore»

Intervista dopo il concerto a Mike Mainieri ed Eliane Elias: «Qui ci abbracciate e questa reunion è speciale come Umbria Jazz. Ora la musica è gratis, e questa è una brutta notizia»

UJ, gli Steps Ahead: «A Perugia come in famiglia, anche se gli insetti del Frontone ci ruppero il sintetizzatore»
Gli Steps Ahead all'Arena (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Se vogliamo la storia può iniziare in un giorno del 1938, quando sul tavolo di una cucina del Bronx, a New York, nasce Mike Mainieri, vibrafonista, anima e leader degli Steps Ahead che sabato sera si sono esibiti prima di Marcus Miller al Santa Giuliana. L’apprendistato è velocissimo: Mainieri ricorda che in casa c’erano i dischi di Django Reinhardt, mentre negli anni ’40 il padre lo portava nei club della vicina Harlem, ad ascoltare musica dal vivo. Poi l’esordio in tv, a 14 anni, con il padre che ballava il tip tap mentre lui già era alle prese col vibrafono. Mainieri dopo il concerto snocciola ricordi e impressioni sulla musica insieme a Eliane Elias, pianista che rappresenta una delle colonne degli Steps Ahead, uno dei motori della macchina. Nonostante la serata fredda, l’aria condizionata regolata su temperature polari rende il camerino un freezer buono per conservare intatte le coppe di gelato che Mainieri e gli altri gustano. Sul tavolo anche una bottiglia di rosso, rigorosamente umbro. In sintonia col clima e il camerino-surgelatore, è dalla freschezza della musica che parte la chiacchierata.

FOTO: IL CONCERTO DEGLI STEPS AHEAD

L’impressione ricavata da questa sera è quella di una musica contemporanea, moderna.

Elias: «Questa reunion è molto speciale, i musicisti sono fantastici e la musica che abbiamo suonato rispecchia una combinazione bellissima tra cose vecchie e nuove. Io sono stata fortunata: uno dei miei primi progetti a livello internazionale è stato proprio con gli Steps Ahead, quando avevo appena 22 anni. Grazie a loro ho potuto viaggiare e conoscere. In più Mark è un leader fantastico, un virtuoso, ha sensibilità, è uno scrittore fantastico: è un genio, e a volte siamo in lacrime sul palco».

Mainieri: «Sono contento che sia stata questa la vostra impressione anche perché era anche la nostra sul palco. Con Eliane suoniamo insieme da molto tempo…».

È giusto dire che attraverso questa reunion voi state celebrando anche la vostra amicizia?

Mainieri: «Sì è giusto, e anche quella con Billy (il batterista Kilson, ndr) che suona con noi da molto tempo».

Com’è stato il feeling questa sera tra di voi e con il pubblico? Che impressioni avete del festival?

Elias: «Io ero qui anche due anni fa, proprio su questo palco. Umbria Jazz è uno dei più grandi festival al mondo: sento che questo posto è speciale, ha un pubblico sensibile alla musica e in più Perugia è uno dei miei luoghi preferiti, tanto che qualche anno fa quando mi sono presa una vacanza ho deciso di venire proprio qui. In più nelle mie vene scorre sangue italiano. Insomma, ho uno speciale feeling con l’Italia, e anche Mainieri ha sangue italiano!».

Mainieri: «Vero! E nel giro di due settimane tornerò in vacanza in Italia con le mie due figlie più grandi e con le mie due nipoti più grandi, dopo il tour. Andremo a Roma, in Toscana, a Venezia e anche a Perugia».

Mainieri, lei che impressioni ha del festival?

«È uno dei miei preferiti e siamo contenti di essere stati invitati perché l’atmosfera, la città, l’organizzazione e le persone sono fantastiche. Tutti ti aiutano mentre in altri posti spesso devi fare molte cose da solo; qui invece l’organizzazione e le persone amano la musica e rispettano gli artisti. A Perugia ti senti come in famiglia, sai, come se fossi abbracciato. Ho suonato così tante volte qui da non ricordare neppure quante».

Elias: «Oh, se volete ho una storia da raccontare molto divertente».

Sono tutte orecchie

«Ero qui anni fa a suonare con gli Steps Ahead, ai giardini del Frontone, e a un certo punto sentiamo il pubblico urlare in modo incredibile e non capivamo il perché fino a quando mi accorgo di aver un insetto enorme qui, sulla spalla, che poi è andato sul pianoforte. A un certo punto scompare per poi riapparire sulla camicia bianca di Eddie Gomez, che all’epoca era con noi. Il pubblico ricomincia a urlare di nuovo e poi torna di nuovo la tranquillità. Il concerto finisce e impacchettiamo le nostre cose in vista del ritorno a New York. All’epoca avevo un sintetizzatore ma stranamente, arrivati in città, non funzionava più e né io né il mio allora marito capivamo il perché. Allora lo portiamo a riparare: una volta aperto, dentro c’erano migliaia di uova di insetti, saranno state un milione, si erano riprodotti lì dentro quegli insetti! Orribile. Comunque dovremmo ancora avere una foto di Eddy con l’insetto sulla camicia!».

Mainieri ride: «Che storia strana».

Lasciamo da parte gli insetti e torniamo alla musica: Mainieri, anche a causa delle nuove tecnologie come è cambiata negli ultimi 30 anni?

«La tecnologia e Internet hanno cambiato tutto. Quando ero piccolo, negli anni ’40, avevo i 78 giri con una canzone per lato; poi sono arrivati i 33 giri e dopo di loro le cassette, i walkman, i cd, all’inizio molto costosi. La tecnologia è cambiata ancora e ora la musica è gratis, e questa è una cattiva notizia. Hai Youtube o Spotify e puoi non pagare nulla».

Elias: «Noi viaggiamo molto e almeno secondo la mia esperienza, i veri fan di musica vogliono averla fisicamente tra le mani. È qualcosa che adorano, è differente cliccare su Spotify dall’essere in auto o in casa con la voglia di mettere su quel disco. Coloro che davvero amano la musica secondo me fanno così, anche se i più giovani no. E il fatto che nessuno compri la musica crea difficoltà all’industria musicale e a noi musicisti».

Mainieri: «Ho otto figli di tutte le età e quasi tutti hanno un lettore cd, dato che la più piccola non sa neppure cosa sia. Tutto quello che ascolta crede sia gratis. E anche per gli altri ragazzini è così, e pure i loro genitori, che sono giovani anche loro, non pagano per la musica. Mentre io amo avere il cd in mano, guardare la copertina, il booklet. Ecco, i genitori dovrebbero dire ai loro figli che la sopravvivenza dei musicisti dipende da questo».

Elias: «Io credo che le persone vogliano emozioni, musica del vivo, ecco perché esistono i festival come questo dove ogni volta che suoniamo è diverso a seconda del rapporto che instauriamo con il pubblico. E finito il concerto sono tantissimi quelli che vogliono comprare un cd».

Mainieri: «Tra l’altro odio quei video su Youtube con un audio terribile, la mano che trema, il tipo che dice alla sua ragazza “ehi, passami una birra!”».

Mainieri com’è cambiato il suo pubblico e quello dei concerti jazz?

«Il mio è più maturo, più vecchio, anche se ora ci sono giovani i cui genitori li introducono alla nostra musica così come a quella di Chick Corea o di molti altri. L’altra sera abbiamo suonato a Caserta e vedevo pubblico coi capelli grigi come me e gente sulla cinquantina, ma anche i loro figli. Questo succede qui, in Europa, non tanto negli Stati Uniti dove la maggior parte dei giovani ascoltano solo rap e hip hop. Speriamo per il futuro che il pubblico torni a concerti come questi, non tanto che compri più musica».

Mainieri quali sono i musicisti che hanno avuto più influenza su di lei?

«Oh wow, consideri che io ho quasi 80 anni. Sono nato su un tavolo di cucina nel Bronx, eravamo molto poveri. Il patrigno di mio padre sentiva i dischi di Django Reinhardt, Benny Goodman, le big band, Duke Ellington, Glen Miller, Milt Jackson, Dizzy Gillespie. Mio padre invece mi portava nei club di Harlem a sentire i concerti e poi ho iniziato a suonare in tv quando avevo 14 anni con il mio trio, suonavo il vibrafono e mio padre ballava il tip tap. Insomma, suono da quando ero giovanissimo».

Twitter @DanieleBovi

©Riproduzione riservata

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