venerdì 30 settembre 2016 - Aggiornato alle 10:20
2 luglio 2016 Ultimo aggiornamento alle 14:36

Tuoro, il braccio di ferro tra Punta Navaccia e Comune: tutte le carte sulle casette abusive

Dagli atti della discordia spuntano il ristorante, l'appartamento del custode e perfino un lavaggio per le auto. I legali: «Ecco quale sarà la via di uscita»

Tuoro, il braccio di ferro tra Punta Navaccia e Comune: tutte le carte sulle casette abusive
L'area del camping da Google Maps

di Daniele Bovi e Enzo Beretta

Un braccio di ferro con il Comune lungo anni e che, sperano i proprietari del Camping Punta Navaccia e i loro legali, si potrà concludere tra quattro o cinque mesi, lontano dalla stagione estiva perché quella attuale, grazie alla concessione della Procura, è salva. A parole l’idea è semplice: convincere, attraverso l’istanza Suap presentata ormai tempo fa, il Comune di Tuoro e la Soprintendenza a concedere nuovi titoli abitativi per sanare l’abuso. Se le cose andassero in porto le casette, che nel frattempo dovranno essere smontate dato che con l’istanza Suap (un documento con un progetto che un’azienda propone allo Sportello unico attività produttive) non si possono fare sanatorie, potrebbero essere rimontate al loro posto. Niente demolizione dunque anche perché la vicenda, al momento, è chiusa nei cassetti del Tar dell’Umbria e da lì, per ora, non uscirà. Con un’ordinanza infatti i giudici amministrativi nel dicembre scorso hanno sospeso l’efficacia dell’ordine di demolizione emesso dal Comune di Tuoro, rimandando la discussione nel merito all’8 giugno scorso. Qualche giorno fa però, come spiega a Umbria24 l’avvocato Mario Rampini (che insieme al collega Giancarlo Viti tutela gli interessi del camping) «tutto è stato rinviato a data da destinarsi. Abbiamo bisogno di tempo».

IL SEQUESTRO

Gli effetti del sequestro Tempo, come accennato in precedenza, per ottenere nuovi titoli abitativi. «Stiamo cercando – dice Rampini – di riportare a legittimità il tutto ed è chiaro che abbiamo bisogno di tempo per farlo. Abbiamo già pianificato come fare. È una situazione che risale a 30 anni fa, consolidata nel tempo e che ora va legittimata e per farlo serve togliere le cose che non ci devono stare ed eventualmente rimettercele, ma con una procedura nuova. Il Tar è sensibile e ha capito che vogliamo rimettere le cose a posto». Rampini commenta positivamente anche la scelta del pubblico ministero Manuela Comodi: «Un sequestro di quel tipo – osserva – aveva tre effetti: creare disoccupazione, danni al turismo e rischiava di far ‘saltare’ l’azienda. Bisognava bilanciare gli interessi». Con l’istanza Suap i legali e i proprietari puntano a variare la classificazione urbanistica delle aree dove sono stati commessi gli abusi ma, attenzione, «con questa procedura – dice Rampini – non si possono fare sanatorie: prima bisognerà tirare via le casette, poi il Comune accerterà con un verbale che sono state eliminate, si approverà eventualmente l’istanza e a quel punto i bungalow potranno essere rimessi, ma con titoli abitativi nuovi. È chiaro che, una volta vietata la sanatoria in materia ambientale, questa è una procedura punitiva».

LA PROCURA: CASETTE POTRANNO ESSERE UTILIZZATE MA SEQUESTRO RIMANE

I tempi Anche per quanto riguarda i tempi «se gli enti risponderanno bene, e noi ora gli staremo addosso», tutto potrebbe concludersi nel giro di quattro o cinque mesi; «forse – conclude l’avvocato – anche prima». Eventualmente sarebbe questa la parola fine su una storia che si trascina ormai da tempo.

Dall’albo pretorio online Scandagliando le decine di pagine di atti scritti dal Comune di Tuoro sulla vicenda si scopre che il primo è un’ordinanza datata 17 aprile 2014, un mese esatto dopo il sopralluogo della municipale e del responsabile dell’area tecnica del Comune, grazie al quale vengono trovate 63 «case mobili nell’area non destinata ad attività produttiva turistica». Secondo il Piano regolatore comunale, datato 1989, la maggior parte del campeggio è classificata all’interno delle «zone condizionate per impianti produttivi turistici», mentre la restante area è non edificabile. Le casette sono state sistemate nelle zone di «verde privato» (a monte del fosso Macerone) e in parte in quella di «parco naturale» (tra il fosso e le rive del lago). Nell’area di «verde privato» ne vengono contate 47 (8 metri per 3) delle quali 43 con una pavimentazione davanti; oltre a ciò i vigili trovano tre piattaforme («platee» il termine tecnico) e perfino un’area destinata al lavaggio delle auto.

IL CAMPING: LO SPETTRO DEL SEQUESTRO

Ordine di demolizione Nella zona di «parco pubblico» invece ci sono 16 casette con veranda da 6 metri per 2,5, servizi igienici sui quali era stata presentata un’istanza di condono (al tempo non accettata dalla Provincia), opere di urbanizzazione come quelle che riguardano lo smaltimento degli scarichi, impianti elettrici, l’adduzione dell’acqua e infine «opere in cemento» per consolidare l’area del porto, il canale e un marciapiede per tutta la lunghezza totale, circa 175 metri dalle rive fronte lago alla foce del fosso. «Tutte opere per le quali – scrive il Comune – non risultano essere rilasciati titoli abitativi né ai fini paesaggistici né a fini edilizi». A quel punto, l’Amministrazione «ordina di sospendere ogni opera eventualmente ancora in corso». Passano quattro mesi e il 19 agosto arriva una nuova ordinanza, stavolta di demolizione: il Comune dà 90 giorni di tempo finiti i quali, se i proprietari non provvederanno, i beni e l’area passeranno nelle mani dell’Amministrazione che, come riportano i documenti, non riesce a stabilire quando i manufatti abusivi sono stati realizzati. A quel punto il camping si muove su due fronti, ricorrendo a metà novembre al Tar e presentando l’istanza Suap negli stessi giorni.

IL SINDACO: PREOCCUPATA PER LE RIPERCUSSIONI

Il Comune che resiste Oltre a ciò, il 10 novembre 2014 Punta Navaccia presenta anche una pratica di condono per ottenere il parere urbanistico e l’autorizzazione ambientale per i tre piccoli volumi che vengono utilizzati come bagni. Il sindaco Patrizia Cerimonia e la sua giunta, dato che il Comune «intende resistere», a gennaio 2015 mettono il caso nelle mani dell’avvocato Folco Ruffo di Perugia, al quale due mesi dopo viene affidato anche l’incarico di seguire l’istanza Suap. Un mese dopo, il 17 aprile, parte un’altra ordinanza di sospensione dei lavori (eventualmente in corso) che riguarda altre strutture cioè il laboratorio-officina dove si fanno manutenzioni, il primo piano del fabbricato adibito a servizi e ristorante, l’appartamento al custode e dei bungalow. Tutte opere per le quali stavolta grazie «alle pratiche di condono edilizio è determinabile l’epoca di costruzione». Nell’ordinanza del 20 agosto 2015 è scritto chiaramente che «i proprietari non hanno esposto alcuna osservazione sull’ordine di sospensione», perciò, «attesa la demolizione delle opere realizzate abusivamente in assenza di permesso di costruire e di autorizzazione paesaggistica, anche se in presenza di pratiche di condono edilizio che hanno avuto parere non favorevole ai fini paesaggistici della Provincia di Perugia», «ordina» al legale rappresentante del Camping Village Punta Navaccia «la demolizione delle opere abusive».

Il sindaco Dopo la pubblicazione dell’articolo sulle richieste della difesa, attraverso il quale Punta Navaccia punta il dita contro il Comune, il sindaco Patrizia Cerimonia contattata da Umbria24 ha brevemente dichiarato di non voler «aggiungere altro» rispetto a quanto già spiegato al nostro giornale («spero che la magistratura faccia il più presto possibile») e che l’«amministrazione ha già parlato con gli atti». L’indagine della Procura – è spiegato nel provvedimento di sequestro del gip Lidia Brutti – è partita da una «cnr» (comunicazione di notizia di reato) del 17 marzo 2014 della polizia municipale di Tuoro.

Twitter @DanieleBovi
Twitter @enzoberetta83

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