mercoledì 28 settembre 2016 - Aggiornato alle 03:44
16 giugno 2016 Ultimo aggiornamento alle 14:49

Terrorismo: vigilanza alta nelle carceri dell’Umbria. Lavoro silenzioso intelligence contro pericolo Isis

Urla di detenuti maghrebini dopo l'attacco a Parigi e smartphone con bandiere nere. De Ficchy: «Per fronteggiare azioni assurde e indiscriminate deve essere costituita una Procura europea»

Terrorismo: vigilanza alta nelle carceri dell’Umbria. Lavoro silenzioso intelligence contro pericolo Isis

di Enzo Beretta

Dopo l’attentato terroristico al Bataclan un manipolo di detenuti ha esultato nel carcere di Spoleto. Urla di gioia, perfino qualche applauso mentre gli schermi delle tv di tutto il mondo raccontavano in diretta gli attacchi sanguinosi del 13 novembre in cui sono rimasti uccise 130 persone. Le bombe allo Stade de France e le altre esplosioni nel cuore di Parigi sono state accolte con urla di esultanza nell’istituto penitenziario di Maiano. Quello sparuto gruppetto di detenuti è stato segnalato dagli agenti di polizia penitenziaria agli organi competenti e la questura ha già rimpatriato in Tunisia uno spacciatore espulso con provvedimento del Viminale. Da Perugia invece, un paio di mesi fa, è stato allontanato un altro spacciatore che nella cartella immagini dello smartphone – sequestrato insieme alla droga – nascondeva bandiere nere e altri simboli dello Stato Islamico: «Comportamenti compatibili con un percorso di radicalizzazione ideologica», hanno spiegato in questura.

Antiterrorismo E’ alto il livello di prevenzione dentro le carceri dell’Umbria. I fanatici sanno di essere controllati perciò tendono a non uscire allo scoperto. Ogni comportamento ritenuto strano viene segnalato e approfondito dall’antiterrorismo. A livello nazionale sono diverse centinaia i nomi sui quali il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria sta svolgendo accertamenti.

La preghiera Il carcere è uno dei luoghi considerati «sensibili» perché alcuni detenuti proprio dietro le sbarre potrebbero maturare l’idea di rifugiarsi nell’estremismo. Perciò vengono monitorati in maniera discreta gli incontri di culto dei musulmani e i momenti di socialità. Nelle celle, nei locali occasionali, durante l’ora d’aria. Nel carcere di Perugia non entrano imam ma la preghiera è guidata da altri detenuti musulmani che conoscono il Corano meglio degli altri. In linea generale è sempre opportuno verificare che in quelle circostanze non venga portata avanti alcuna attività di proselitismo, messaggi estremisti o di indottrinamento al terrore. Per gli investigatori le problematiche maggiori riguardano la conoscenza della lingua araba e il rispetto della privacy dei reclusi. Particolare attenzione viene inoltre concentrata su atteggiamenti particolari, sul cambio delle abitudini, sulle barbe lunghe. Insomma su ogni aspetto che possa lasciar aperta anche un sospetto su simpatie che potrebbero lontanamente risuonare come il preludio di uno stato di radicalizzazione jihadista.

Il Viminale «Il carcere è un luogo di possibile radicalizzazione – ha detto chiaramente il ministro degli Interni, Angelino Alfano -. Ecco perché teniamo sotto costante controllo i nostri istituti di pena attraverso un monitoraggio molto forte del nostro sistema carcerario. Il Comitato di analisi strategica antiterrorismo si riunisce ogni settimana e in quel comitato c’è anche il Dap».

Prevenzione Chiaramente l’attività di osservazione viene svolta a 360 gradi. E’ fuori dal carcere che avviene il lavoro più complesso che coinvolge, prima di ogni altro, Digos, Raggruppamento operativo speciale dell’Arma dei carabinieri ed Aisi (l’Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna, ossia il nostro servizio segreto civile). La loro è un’operazione silenziosa di intelligence: senza mai abbassare il livello di prevenzione avviene una continua acquisizione di dati e un incessante scambio di informazioni. E’ un compito difficile a causa dell’imprevedibilità delle azioni: si tratta di rintracciare «lupi solitari» potenzialmente pericolosissimi che segretamente potrebbero fomentarsi al grido di Allahu Akbar (Allah è il più grande).

Le nuove tecnologie La globalizzazione delle informazioni ha rivoluzionato il modo di interagire con gruppi estremisti islamici nascosti dietro un indirizzo Ip. Ormai è sufficiente una connessione ad internet per leggere informazioni e proclami di fanatici su domini ‘proibiti’, apprendere istruzioni sul confezionamento di ordigni, proiettare filmati di cruente uccisioni. La tecnologia ha reso difficile, a tratti quasi impossibile, il monitoraggio e la schedatura. Continuano ad essere attenzionati i luoghi di aggregazione come le moschee ma anche le strade, il web, le università e le scuole. In questi ultimi casi in maniera discreta nei confronti di studenti «isolati» che hanno difficoltà ad integrarsi e potrebbero piegarsi agli estremismi della religione per motivarsi e combattere il disagio. Le forze dell’ordine specializzate in materia di antiterrorismo sono alla continua ricerca di «affiliati» e di pericolosi gregari. Nonostante non esistano più vere e proprie regole di ingaggio – spiega un investigatore – i soggetti più pericolosi preferiscono mantenere un basso profilo e anziché frequentare luoghi pubblici si indottrinano da soli a casa e pregano sul tappeto.

La Procura europea In questo momento storico così delicato – durante il Giubileo si è scatenato l’inferno a Bruxelles e di recente la strage di Orlando – polizia e carabinieri sanno di poter contare sulla sinergia con la magistratura ordinaria ma anche sull’appoggio del tribunale di sorveglianza. «Sono ormai maturi i tempi per la creazione di una procura europea antiterrorismo – ha dichiarato il procuratore Luigi De Ficchy all’Agi dopo i morti in Belgio -. Se vogliamo fronteggiare con un’efficace azione preventiva questo tipo di terrorismo che colpisce in maniera assurda e indiscriminata occorre che l’Europa si doti di una struttura centralizzata transnazionale, che abbia poteri di indagine e non solo di coordinamento, che conti su una banca dati di immediato accesso e sulle attività investigative delle polizie dei singoli Paesi».

«Pericolo potenzialmente alto» In una recente intervista ad Umbria24.it il procuratore generale di Perugia, Fausto Cardella, ha spiegato che «il terrorismo rappresenta un pericolo potenzialmente alto per la vicinanza a Roma e per la presenza di luoghi simbolo della cristianità. Siamo a rischio come base, l’Umbria ha la vocazione di covo freddo e viene tenuta sotto controllo. Su questo punto la procura generale ha compiti specifici di coordinamento e impulso delle forze di polizia». Tra gli obiettivi sensibili in cui sono stati rafforzati i controlli ci sono chiese, aeroporti, stazioni ferroviarie, piazza, consolati, McDonald’s.

 

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