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lunedì 30 novembre - Aggiornato alle 21:44

Riccardo Gaucci a Santo Domingo sulla tomba del padre Luciano dopo anni di rapporti chiusi

Porta la maglia del Grifo: «Un’emozione più forte di quanto pensassi. Sembra essersi materializzato, è come se mi avesse abbracciato e parlato»

di Mario Mariano

Lo aveva promesso a se stesso nei giorni del lutto e del dolore: una preghiera, un mazzo di fiori e la maglia del Perugia da portare sulla tomba del cimitero di Santiago, nella Repubblica Domenicana, dove è sepolto Luciano Gaucci. Nove mesi dopo la scomparsa del padre, Riccardo Gaucci, fino a poche settimane fa presidente del Floriana calcio di Malta, ha rispettato quella promessa. Un viaggio non facile, non solo per la pandemia, ma soprattutto per un rapporto tormentato, interrotto per tanto tempo. Ma ora tutto è dietro alle spalle, un giorno che resterà impresso nella mente e nel cuore del secondogenito della famiglia. Non è difficile immaginare quali e quanti ricordi hanno affollato la mente di chi dopo essere stato protagonista di eventi memorabili, ha pagato assieme al fratello Alessandro, un prezzo altissimo dopo il fallimento del Perugia. Un tumulto di sentimenti e da laggiù Riccardo è stato come sempre diretto, con considerazioni prive di retorica. Al telefono ha prima confidato che «la commozione è stata ancora più grande di quanto avevo immaginato» e poi ha raccontato di quel tempo passato davanti quella lapide: «Mentre pregavo, papà si è come materializzato, ho sentito la sua voce, abbiamo parlato tra i singhiozzi e ci siamo abbracciati».

La telefonata Gaucci si era trasferito a Santo Domingo nel 2005 e li aveva creato una seconda famiglia, interrompendo i rapporti con i due figli, uno strappo diventato lacerante dopo un incontro tra il patron del Perugia calcio e Geronzi, presidente di Capitalia, per trovare una soluzione alle difficoltà finanziarie del Perugia, sommersa dai debiti. Quello che doveva rappresentare la svolta con la “s” maiuscola, perché tutto o quasi passava da quegli uffici del banchiere più potente dell’epoca, si rivelò un flop con una litigata senza uguali. «Papà non resistette a cantargliene quattro a chi ci aveva messo il bastone tra i piedi, facendoci trovare nel giro di poco tempo con l’acqua alla gola.- ricorda Riccardo da Santiago-. Io e Alessandro avevamo lavorato di diplomazia per salvare l’impero che papà aveva costruito e per farlo avevamo confidato in un accordo, una soluzione praticabile, come era avvenuta per altre società in crisi. Nel tempo ho pensato che alla base di quel comportamento poteva esserci l’inizio di quella malattia degenerativa che si sarebbe poi rivelata devastante». Ma le recriminazioni non servono più. «Sento una sorta di leggerezza, uguale a quella di chi si è liberato di un peso. In famiglia abbiamo ricevuto un’educazione cattolica, anche se debbo confessare che perdonare mio padre non è stato facile. Nei momenti più difficili, ci siamo sentiti e ringrazio Dio per questo dono che mi ha dato, solo così posso dimenticare quello che la nostra famiglia ha rappresentato un tempo, avevamo proprio tutto, successo e tanto altro. Ma dobbiamo guardare avanti, ci siamo rialzati dopo la caduta. Papà ne era stato capace, certe sue scelte non sono state condivise, ma ho anche capito che non spetta a me giudicare la sua vita, i suoi errori. Lui mi ha dato tanto ed ora di lui mi restano gli esempi migliori. Ripenso al bene che mi ha voluto e ai sentimenti che mi ha trasmesso». Anni di tensioni e silenzi, che si sono dissolti in quel cimitero.

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