lunedì 15 ottobre - Aggiornato alle 23:23

Le telefonate segrete con Nesta e l’alieno Nakata. Totti, autobiografia di ‘Un Capitano’

‘Per tradizione a Perugia si soffre’. Le parate mostruose di Mazzantini e la lite tra Cassano e Prandelli al Curi. ‘Il mio gemello laziale? Un principe’

di Enzo Beretta

L’«Everest Perugia», il «gemello» Alessandro Nesta, le «parate mostruose» di Andrea Mazzantini, l’«alieno» Hidetoshi Nakata, gli ex allenatori biancorossi Vujadin Boskov e Carlo Mazzone, gli insulti di Antonio Cassano contro Cesare Prandelli in un’amichevole di fine agosto al Renato Curi. C’è anche questo nell’autobiografia ufficiale di Francesco Totti scritta con Paolo Condò. Nelle pagine di «Un Capitano», edito da Rizzoli, c’è la consapevolezza che «a Perugia per tradizione si soffre» ma anche il ricordo del numero 10 della Roma di aver infilato i biancorossi proprio come faceva da ragazzino con le serrande di Porta Metronia: «Alla ‘tedesca‘ ovvero con passaggi corti e al volo, classico esercizio da marciapiede per evitare che la palla vada in strada. Nell’anno dello scudetto abbiamo segnato un gol così al Perugia, tanti tocchi sotto porta senza che il pallone cadesse mai a terra».

Antonioli ingaggiò un bodyguard dopo la papera col Perugia Anno Domini 2001, vigilia di Pasqua, «drammatica partita» all’Olimpico contro il Perugia «protagonista di un campionato brillante con Serse Cosmi e capace già all’andata di fermarci sullo 0-0 grazie a una buona prestazione complessiva e alle grandi parate di Mazzantini. Ma – si legge nel libro – quelle che aveva fatto a casa sua non sono niente rispetto a quelle che tira fuori all’Olimpico. La storia della mia vita in giallorosso è piena di portieri ‘normali’ che trovano contro di noi la giornata di grazia e in qualche caso ci fanno addirittura deragliare dalla strada del successo. Mazzantini quel giorno ci prova e manca davvero poco che ci riesca» se Montella al 90′ non si fosse aggiustato la palla con la mano siglando il 2-2 «irregolare». Il resoconto: a fine primo tempo Baiocco infila il sette da trenta metri per il vantaggio del Perugia, Totti pareggia anche grazie alla «leggera deviazione» di Materazzi. Intanto Mazzantini continua a «volare da un capo all’altro della porta» finché il portiere giallorosso Antonioli «s’impappina su un’uscita, perde il pallone e Saudati è rapidissimo a toccarlo in porta». Fischi e offese dalla Curva Sud. «Un incubo. Prima di riprendere il gioco per l’assalto finale al fortino del Perugia devo assolvere a un dovere da capitano. Vado sotto alla Sud e, con quanto fiato mi ritrovo in gola, comincio a urlare che Francesco Antonioli è il portiere della Roma, che la Roma è ancora prima in classifica e che la piantassero con quella contestazione e gli stessero piuttosto vicino per aiutarlo a superare l’incidente. Sono indignato – ricostruisce Totti – evidentemente si vede perché i toni si abbassano subito e la gente ricomincia a tifare. Ne abbiamo bisogno per scalare l’Everest Perugia» ripreso nei minuti finali da una «chiara scorrettezza» di Montella evidenziata dalla moviola. 2-2, risultato finale, con Antonioli che dopo quella gara «aveva ingaggiato una guardia del corpo perché sentiva attorno a sé un’atmosfera cupa da avere paura».

VIDEO: LE PARATE MOSTRUOSE DI MAZZANTINI CONTRO LA ROMA

‘Cassanate’ al Curi. E Prandelli lascia Roma Qualche anno più tardi, nel 2004, il Renato Curi ospita un’amichevole estiva tra i grifoni e la Roma di Cesare Prandelli. In tribuna c’è Marcello Lippi, neo ct azzurro, mentre in campo c’è Antonio Cassano che «tiene alla Nazionale molto più di quanto il suo atteggiamento lasci immaginare». Spiega Totti: «Quando Prandelli all’intervallo toglie Cassano quest’ultimo parte con una sequela di insulti a voce alta che lascia tutti sbigottiti. La situazione non degenera perché siamo in molti a intervenire ma è chiaro che nello spogliatoio si crea una frattura che qualche giorno dopo è alla base della rinuncia di Prandelli alla panchina. E’ quella furibonda litigata con Antonio a spingerlo verso le dimissioni».

Il mondo inaccessibile del marziano Nakata Dal Perugia arriva il talento giapponese Hidetoshi Nakata al centro di una colossale operazione di mercato targata Gaucci. Il primo anno con Fabio Capello è di transizione, nel secondo – quello del tricolore – il centrocampista con gli occhi a mandorla risulterà determinante nella sfida decisiva contro la Juve a Torino. Quando scende in campo proprio al posto del Capitano. «A Roma chi sta fuori rosica e non c’è niente che possa tranquillizzarlo. Mi infilo il giaccone della tuta e vado a sedere senza fare polemiche. Di tante sostituzioni miracolose è la più incredibile che ricordi. Al minuto 79 Hide centra il sette con un gran tiro da fuori, un altro gran tiro da fuori area di Nakata viene soltanto ribattuto da Van Der Sar e sulla respinta Montella si avventa e segna in sforbiciata». Il finale è da ridere (non per la Juve, ndr): «Corro da Nakata per abbracciarlo e baciarlo, gli sono già addosso tutti, lui ha il consueto sorriso quieto, quasi si schermisce. Gli urlo nelle orecchie ‘Sei un mito Hide!‘, più volte, e alla fine lui si volta, esclama ‘Grazie!‘ e poi si allontana, secondo me un po’ infastidito dal contatto fisico, dalla carnalità esibita di un gruppo di giocatori che hanno appena segnato il gol scudetto e ora si abbracciano in uno stato di estasi. Nakata è il primo a sparire negli spogliatoi, un alieno trasparente, cortese ma freddo, silenzioso, che sta con noi senza però mai abbandonare il suo mondo inaccessibile. Fra le poche cose che ci siamo detti, una me la ricordo ancora perché è stato di parola: ‘Smetterò di giocare presto perché ho voglia di fare anche altre cose‘. È andata esattamente così». Nel corso della festa scudetto dopo la sfida del 17 giugno 2001 col Parma nello spogliatoio avviene qualcosa di insolito: «Canti e balli mi coinvolgono subito, brindo con tutti e resto stupefatto e divertito da Nakata che in quel caos si è seduto in un angolo e sta leggendo un libro. Un marziano».

TOTTI, BATISTUTA E MONTELLA SCAPPANO NEL FURGONE DELLA LAVANDERIA

Le telefonate segrete col ‘gemello’ Nesta L’eterno rivale Alessandro Nesta, numero 13 capitano della Lazio, viene considerato un «gemello» da Francesco Totti che dedica ampi stralci dell’autobiografia all’attuale allenatore del Perugia. Si parla dei primi derby nei campetti impolverati, di quelli più caldi con le telecamere puntate di tutto il pianeta, della sfortunata finale contro la Francia all’Europeo quando Wiltord segna nei minuti di recupero e della mitologica cavalcata in Germania che incorona l’Italia nel 2006. «La terza partita, contro i cechi, è l’ultima di Sandro Nesta che nel primo tempo si stira all’inguine: ne avrà per un mese. Soffro per lui, mio ‘gemello‘ laziale da quando eravamo adolescenti. Patisco per il suo destino di infortunato nei grandi tornei per nazionali, ogni volta ce n’era una. Malgrado la certezza di non poter più giocare Sandro non pensa nemmeno per un minuto di tornare a casa, il suo coinvolgimento nell’avventura rimane totale e la sua scelta ha un’influenza positiva su Daniele De Rossi. Finisce che li chiamiamo Cip e Ciop…». Perché «se Buffon è un fratello Sandro è addirittura un ‘gemello’. Ci siamo sempre piaciuti perché siamo simili – viene detto -: tranquilli, molto riservati, non di rado nei momenti difficili dell’uno o dell’altro ci siamo chiamati di nascosto per confidarci e scambiarci consigli senza che si sapesse in giro. Fra noi c’è sempre stata un’aria buona e un’atmosfera sana».

INTERVISTA A NESTA: SECOND LIFE DI UN CAPITANO CORAGGIOSO

«Il mio amico Sandro è sempre stato un principe» «Da bambino – prosegue Capitan Totti – odiavo la Lazio al punto da attaccare sull’album Panini le figurine dei suoi giocatori a testa in giù. Rovesciati, non li volevo nemmeno vedere in faccia. Però questo non mi ha mai impedito di riconoscere i giusti meriti e la bravura degli avversari; la mia generazione romanista ha avuto come contraltare laziale Nesta, Di Vaio e Franceschini, e dopo ogni battaglia oltre a stringerci la mano con malcelata simpatia pensavo fra me e me a quanto fossero forti. Nesta, in particolare, è stato il più bel difensore che abbia mai visto. Ricordo uno dei primi derby in cui ci siamo affrontati. Campo impossibile, spogliatoi pessimi sotto il tetto in eternit, pioggia infame e la sensazione di essere il ragazzo più inzaccherato del pianeta. Ecco, in quel panorama di fango e sporcizia ricordo Sandro come un principe, pulito, elegante, mai un fallo brutto, non ne aveva bisogno. Fu naturale salutarci e sorriderci, anche nel contesto di una rivalità molto sentita, perché lui sapeva che io ero il prodigio del vivaio romanista e io sapevo che lui era il prodigio del vivaio laziale. Di lì a poco sarebbero arrivate le prime convocazioni per le varie nazionali, e le nostre carriere parallele sarebbero decollate. A partire dall’Under 15 a Coverciano eravamo ‘i due romani’ e a dispetto delle rispettive provenienze l’amicizia si consolidò subito».

ELEGANZA E STILE: IN PANCHINA L’EX LAZIO RICORDA PEP GUARDIOLA

«Totti, non ti va di debuttare a 16 anni?» Insieme alla descrizione dello straordinario rapporto con Carletto Mazzone, «romano e romanista come me, una delle più grandi fortune della mia vita», c’è il ricordo di Vujadin Boskov. Entrambi hanno guidato il Perugia. Totti è particolarmente legato a questi due tecnici e fu proprio lo slavo a farlo esordire a Brescia nella stagione 1992/1993 all’età di sedici anni e mezzo. Qualche giorno prima della convocazione – viene ricordato – i due si incrociano a Trigoria e l’allenatore esprime parole di stima per il giovane talento: ‘Vengo spesso a vedere le partite della Primavera, Totti. Tu sei già troppo forte per loro, segni due gol a partita. Ascolta me: quando segni due gol a partita, è il momento di salire di livello‘. «Una grande lezione in poche parole – secondo Totti -. All’83’ a Brescia, sullo 0-2, Boskov chiama fuori Giannini per Salsano, poi si volta improvvisamente e mi dice di prepararmi. Sul momento non realizzo che ce l’ha con me, penso che si sia rivolto a Muzzi, seduto accanto, e lo richiamo. Roberto mi guarda divertito: ‘Dice a te, muoviti‘. A me? Il cuore mi balza in gola. Scatto in piedi, comincio a sfilarmi i pantaloni della tuta ma, per fare più in fretta, non tolgo le scarpe, cosa che porta a un impaccio vergognoso, devo sedere a terra per farli passare faticosamente dai piedi, insomma un casino. L’arbitro fa cenno di sbrigarmi. Boskov a un certo punto è spazientito da tanta goffaggine, e mi fulmina: ‘Cosa c’è Totti, non ti va di debuttare?‘».

I commenti sono chiusi.