venerdì 24 novembre - Aggiornato alle 12:25

Italia fuori dai Mondiali, l’analisi: «Umiliati e derisi, senza riforme inutile dare colpa a Ventura»

Botta e risposta tra i due cronisti Mario Mariano e Enzo D’Orsi sui motivi della disfatta della Nazionale: «Tavecchio tira a campare. Ancelotti? Non basta»

Umbria24 ha chiesto a due giornalisti di lungo corso Mario Mariano e Enzo D’Orsi, una serie di riflessioni dopo la cancellazione della Nazionale italiana dal Mondiale. Entrambi hanno seguito grandi manifestazioni internazionali per il Messaggero e il Corriere dello Sport-Stadio.

ITALIA FUORI DAI MONDIALI: INTERVISTA A SERSE COSMI

Mariano: «Umiliati e derisi. Addirittura sbeffeggiati persino dai media che avevano creduto nel cosiddetto progetto Ventura. In effetti, l’eliminazione da Russia 2018 rappresenta il punto più basso del calcio italiano del dopoguerra, peggio delle due Coree (1966 e 2002), peggio dell’uscita al primo turno nel 2010 (Lippi) e nel 2014 (Prandelli). Insomma, ci sono stati tanti altri momenti bui, dove l’Italia è andata nel pallone, con interrogazioni parlamentari, mozioni di sfiducia, appelli all’unità e cosi via».

D’Orsi: «Sì, questo risultato, al netto degli episodi sfortunati del doppio confronto con la Svezia, non è una sorpresa, da anni si assiste al progressivo svuotamento tecnico, regolamentare ed etico del nostro movimento. Faccio un esempio: dopo la vergogna degli adesivi con l’immagine di Anna Frank – una bambina! – risulta a qualcuno che siano stati presi provvedimenti seri nei confronti degli autori di quell’ignobile vicenda? No, come in molti altri casi, la gestione di Tavecchio è mirata al tirare a campare. La Nazionale è solo un aspetto della crisi italiana: le riforme mancate, i campionati di A e B obesi di squadre che non reggono le rispettive categorie, gli strani percorsi di dirigenti e procuratori spesso uniti dal senso degli affari, tutto questo ha prodotto il dilagare di stranieri mediocri, di cui non si sentiva il bisogno. Persino nei campionati più bassi e nel campionato Primavera. Una follia, il cui conto non può essere presentato soltanto a Ventura. A proposito del quale va detto una volta per tutte che gli è stato affidato un compito superiore alle sue forze, di buon tecnico di provincia. Come sosteneva Giovanni Trapattoni, ognuno ha la sua dimensione: è più facile passare dall’ultimo al secondo posto che non dal secondo al primo. Per fare il CT occorre qualcosa di più, come dimostra la storia del calcio italiano. Il di più può essere o un carattere d’acciaio – Bearzot e Lippi – o una vocazione estetica per lo spettacolo, esempio Sacchi e Conte».

Mariano: «Da che calcio è calcio, anche i migliori allenatori del campionato sono finiti in misera alla guida della Nazionale, con le dovute eccezioni, vedi Bearzot che in carriera non si distinse certo alla guida del Prato in serie C. L’Italia ha sempre avuto un contenzioso fisso con i suoi allenatori, una volta, quando la Federazione gioco calcio aveva un peso ed un valore etico, i tecnici li allevava a Coverciano, dopo Bearzot, difatti arrivò Vicini, terzo a Italia ’90. Dopo quella esperienza, Matarrese volle voltare pagina con Sacchi, ottenendo un secondo posto, ad un solo rigore dal titolo mondiale. Ma anche il vate di Fusignano venne il tempo dei pomodori dopo l’Europeo del ’96, a conferma, a conferma delle oggettive difficoltà di sedere su quella panchina, perché il prestigio è sempre stato tanto, ma non ha rappresentato mai una priorità rispetto ai club più prestigiosi. Non a caso Fabio Capello, uno che nel mondo ha vinto tutto, alla Nazionale non si è mai avvicinato, preferendo persino la Cina».

D’Orsi: «Sono passati 60 anni ma c’è sempre qualche oriundo di mezzo: da Maschio e Angelillo, i cosiddetti angeli dalla faccia sporca, si è arrivati a Jorginho, quasi a testimoniare la dipendenza dagli stranieri. In Italia i problemi non si risolvono in maniera decisa, c’è sempre una eccezione per aggirare le regole, fino ad arrivare a intere squadre senza neppure un italiano. E’ assurdo che un calciatore dal potenziale indiscutibile come Pellegrini della Roma e tanti altri debbano lasciare il posto a stranieri di medio cabotaggio, in virtù del business senza limiti di faccendieri in doppiopetto. Se non ci sono limitazioni di stranieri, se Tavecchio dopo la gaffe di “Optì Pobà” non si è tirato indietro, per la Nazionale sarà sempre più dura. Dopo i processi di questi giorni, sarà pur sempre necessario che spunti una figura forte, con idee chiare, che sappia prima di tutto far dimagrire il numero delle squadre professionistiche, e contemporaneamente fissare dei paletti all’impiego degli stranieri».

Mariano: «Si è sempre detto che l’Italia ha risorse infinite in più settori della vita sociale e anche sportiva, ma è chiaro che occorre innovazione anche nel calcio. Una crescita morale di atleti e soprattutto dirigenti. Il calcio è nelle mani di 5-6 società di serie A che smistano ogni anno 300-400 e passa giocatori in tutte le serie. Sono una finzione i campionati minori, ai quali le società partecipano unicamente per sviluppare il marketing perché oramai anche i vivai sono nelle casse dei club che alimentano i bilanci con prestiti e plusvalenze. Va bene il business, il calcio delle tv, oramai inevitabile, ma va anche dato un calcio a vecchi metodi, anche da parte dei media. Questi, istruiscono processi che durano al massimo un paio di giorni, senza poi dare continuità e controllo alle riforme attese da decenni. Siccome però conta anche il risultato immediato, la sola strada da percorrere è quella di puntare su un nome forte, confidando anche nel senso di appartenenza del prescelto, nel contenere richieste economiche o disponibilità totali da parte dei club. Ancelotti ha spessore tecnico e personale di primissimo piano, un nome che è garanzia assoluta. Ripartire da lui significherebbe dare certezze ad un progetto nuovo».

D’Orsi: «Ancelotti non si discute, ma il problema è sempre lo stesso: se non si riduce il numero delle squadre, lo spazio per la Nazionale sarà sempre modesto. Se non si vuole o non si può cambiare sistema, allora va benissimo anche Di Biagio».

Una replica a “Italia fuori dai Mondiali, l’analisi: «Umiliati e derisi, senza riforme inutile dare colpa a Ventura»”

  1. Petrini Gabriele ha detto:

    Non è solo”Tavecchio a tirare a campare…non è solo il “calcio a dover assistere al suo svuotamento”ma tutto lo Sport Italiano….e la prima responsabilità e della Politica (tutta), dei suoi governanti e legislatori, e di quella Lobby Pubblica che risponde al nome di CONI e del suo salottiero presidente…responsabili in primis di mostrarsi ed essere, oltre che finanziatori con i soldi pubblici, ostaggio di altrettante Lobby quali sono le varie Federazioni (private) Sportive in mano molto spesso a personaggi incapaci e talora rei di malefatte giudiziarie…mi piacerebbe che persone qualificate come i due giornalisti uscissero dal guscio del conformismo e dell’opportunismo (editoriale) per fare un’analisi più approfondita e pertinente sul malessere che sta vivendo tutto lo Sport Italiano, per il suo bene e per quello di milioni di appassionati e praticanti…soprattutto per quei milioni di bambini e bambine che sono costretti a praticare la disciplina preferita in AMBIENTI (impianti sportivi) che non poche volte mettono a rischio la loro DIGNITA’ e la loro SICUREZZA. Grazie.

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