sabato 20 gennaio - Aggiornato alle 00:36

Dall’Africa alla Valtiberina aggrappati a un pallone: così nasce il sogno del Real de Banjul

Gli allenamenti del Real de Banjul

di Barbara Maccari

Si chiamano Real del Banjul (la capitale del Gambia) e sono la prima formazione AfroValtiberina dell’Alta Valle del Tevere. I giocatori sono tutti ragazzi dai 18 ai 24 anni provenienti principalmente dal Senegal e dal Gambia, arrivati nel 2014 coi barconi in Sicilia. Di loro si occupa Arcisolidarietà Ora d’Aria, ma l’idea di creare questa squadra è venuta a Claudia Belli e all’allenatore Giacomo Barni.

Allenamento L’allenamento è fissato per le 10 e si presentano in 22. C’è chi parla wolof, la lingua del Senegal, chi mandinka, la lingua più diffusa del Gambia, chi fula, chi inglese e chi francese. Qualche problema di comprensione tra i vari gruppi di ragazzi è inevitabile, fino a quando Giacomo Barni, il loro allenatore, tira fuori due palloni, allora improvvisamente tutte le barriere linguistiche vengono abbattute. Il linguaggio del calcio è universale e tutti capiscono cosa devono fare ed iniziano ad allenarsi in vista della prossima partita, che si giocherà giovedì 11 a Selci, frazione di San Giustino.

FOTOGALLERY

Progetto Arcisolidarietà Il Real de Banjul è la prima formazione AfroValtiberina, composta da ragazzi tra i 18 e 24 anni provenienti da Senegal e Gambia, sbarcati in Sicilia a partire dal gennaio 2014 con l’operazione Mare Nostrum del governo italiano. I ragazzi sono richiedenti asilo politico e il loro viaggio fa tappa a Ponte Felcino per concludersi, almeno adesso, nei comuni di Città di Castello e San Giustino. Di loro si occupa Arcisolidarietà Ora d’Aria, che ha provveduto a trovargli degli alloggi in affitto e ne gestisce la distribuzione delle risorse provenienti dal ministero dell’Interno: trenta euro alla settimana per cibo, igiene personale e della casa, più due euro e cinquanta al giorno ciascuno, il cosiddetto pocket money. I ragazzi che in tutto sono 28, 20 a Città di Castello e 8 a San Giustino, durante la giornata studiano italiano e da circa un mese hanno iniziato dei corsi professionali alla Scuola Bufalini, chi come saldatore, chi come meccanico, chi come falegname, chi come cuoco.

Come è nata la squadra L’idea di una squadra di calcio AfroValtiberina è venuta a Claudia Belli e Giacomo Barni, da sempre appassionato di calcio africano: «La scintilla è scoccata ad Italia ’90. A sette anni mi innamorai dei ‘leoni indomabili’ del Camerun, la prima squadra africana ad aver raggiunto i quarti in un mondiale e che all’esordio battè l’Argentina di Maradona». Le prime difficoltà sono state dal punto di vista organizzativo, come ci ha spiegato Claudia: «Tutto quello che hanno oggi i ragazzi non è costato niente: scarpette usate, maglie, pantaloncini e calzettoni sono stati donati dalle società del comprensorio o da generosi cittadini. Dopo l’iniziale diffidenza, molte persone hanno capito che questi ragazzi sono arrivati nel nostro Paese non in vacanza ma per salvarsi la vita».

Iscrizione ad un campionato Sette sono le partite che finora i ‘Black Scorpions’, così si fanno chiamare, hanno giocato in Valtiberina, la prossima sarà giovedì 11 a Selci mentre il finale di stagione dovrebbe essere a Città di Castello venerdì 19 giugno, quando arriveranno anche due reporter francesi per girare un documentario. Il Real de Banjul non è iscritto ad alcun campionato, il sogno per il prossimo anno è quello di riuscire a trovare uno sponsor che copra i costi della divise per permettere a questi ragazzi di confrontarsi con le altre formazioni locali. «Prima di affrontare la prima partita abbiamo svolto tutto un lavoro preliminare di quattro mesi – ha spiegato Giacomo – qualcuno non aveva idea di come si calciava un pallone, degli schemi di gioco, della tattica, ora, non dico che siano diventati dei fenomeni, ma hanno una buona base e ci sono degli elementi davvero validi. Il mio sogno è riuscire a farli partecipare ad un campionato e farli confrontare con le altre squadre della vallata. Se non riusciamo a trovare uno sponsor vorrei almeno che qualche squadra li venisse a vedere e li prendesse con sé».

Lontani dalla famiglia E’ mezzogiorno, l’allenamento finisce e i ragazzi, stanchi ma contenti, si sdraiano all’ombra e commentano la finale di Champions tra Barcellona e Juventus con Giacomo. Neymar e Messi sono i loro idoli, il Barca la loro squadra preferita. Alcuni di loro raccontano la loro storia, e una cosa ti colpisce subito: il tono della voce, quando sono in gruppo fra di loro fanno una gran confusione, quando chiedi loro di parlare delle loro esperienze lo fanno sottovoce, come a volersi scusare. Ci pensa Giacomo, diventato più un amico e un confidente che un allenatore, a spronarli. Sono tutti ragazzi arrivati in Italia da soli, senza la famiglia. Devi essere molto corag­gioso o molto dispe­rato se a 18 anni decidi di lasciare tutto e attra­ver­sare il mare da solo. Di mol­lare il vil­lag­gio in cui sei nato, casa, fami­glia, amici e par­tire, perché capisci che per te nella tua terra non ci sarà futuro, perché la tua stessa vita è in pericolo ogni singolo istante della giornata.

Viaggio difficile Una delle storie più toccanti ce la racconta Raj, il centrocampista della squadra alle prese con un infortunio fastidioso alla caviglia che non lo fa correre come vorrebbe. Raj è arrivato in Italia nel giugno del 2014, viene dal Gambia, dove faceva il muratore, e quando gli chiediamo come è arrivato nel nostro paese, che viaggio ha dovuto affrontare, i suoi occhi diventano stanchi e tristi: «Mio padre è morto, mamma è rimasta sola con i miei fratelli, quando ho capito che per me in Gambia non c’era futuro ho deciso di partire. E’ stato un viaggio lungo, con tante tappe, un viaggio in cui ho pensato di morire diverse volte. Prima sono andato in Senegal, dove ho lavorato quasi come schiavo nella capitale Dakar, poi un amico mi ha consigliato di andare in Mali. La tappa successiva, dopo che avevo trovato un po’ di soldi, è stato il Niger, qui sono rimasto bloccato ed ho dovuto chiamare il mio datore di lavoro in Gambia per chiedere altri soldi per poter entrare in Libia. Una volta arrivato in Libia, nella prima città al confine, i banditi ci hanno fatto camminare nel deserto per tre giorni senza acqua né cibo e molti dei miei compagni non ce l’hanno fatta. Ai banditi i soldi non bastano mai quindi per poter fare la traversata mi sono dovuto far mandare altro denaro. Ti caricano nei barconi come animali e ti lasciano in balia del tuo destino, ho pensato di morire molte volte ma alla fine sono riuscito ad arrivare a Pozzallo. L’Italia mi piace, ma non so se resterò qui, non ho un programma preciso, sono in attesa di possibilità che la vita mi può dare».

Senza famiglia Poi c’è Alfie, arrivato nel luglio 2014 in Italia, paese di cui si è subito innamorato: «Qui mi trovo molto bene, sto imparando bene la lingua, ho passato l’esame di italiano col voto di 54/60. Anche il mio, come quello di tanti altri ragazzi, è stato un viaggio lungo per arrivare in Italia dal Gambia, un viaggio con tante soste, tanti morti e il mare: sopravvivere per giorni in quei barconi è stato davvero un miracolo. Mi manca molto la mia famiglia». C’è anche chi attendeva un fratello con gli sbarchi dell’aprile del 2015, ma il parente non è mai arrivato, morto in quella tragedia con altre 700 persone. Questi ragazzi, tutti giovanissimi, vogliono solo lavorare ed avere un futuro, che sia in Italia o in Europa non importa, basta che riescano a cancellare dalla loro mente la guerra, i morti nei barconi. Vogliono solo tornare a vivere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *