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venerdì 3 dicembre - Aggiornato alle 01:54

Umbria Jazz, la via personale al jazz di Jan Garbarek e del suo multietnico quartetto

Garbarek e Gurtu (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Sul palco dell’Arena Santa Giuliana c’è un grande telo bianco, tirato come una vela gonfiata dalla musica di Jan Garbarek e dal suo rodatissimo quartetto. Musica che corre sui venti di molti angoli del mondo. Il sassofonista norvegese approda all’Arena per sostituire il collega vivente più noto, quel Sonny Rollins che avrebbe dovuto esibirsi proprio sabato sera ospitando sul suo palco Enrico Rava e Paolo Fresu (domenica alle 17 con Omar Sosa al teatro Morlacchi). Un concerto in un primo tempo previsto al Morlacchi e poi spostato all’Arena dove, vista la grandezza qualche dettaglio, qualche sottigliezza si perde.

FOTOGALLERY – IL CONCERTO

The Creek Sul palco c’è il brasiliano Yuri Daniel al basso elettrico, il pianista e compositore tedesco Rainer Bruninghaus e l’indiano Trilok Gurtu a batteria e percussioni, protagonista di un vero show nello show. Di fronte a un pubblico che ha risposto all’appello (gradinata piena così come buona parte della platea), Garbarek riannoda i fili del discorso esattamente da dove l’aveva lasciato, ovvero da quel 1995 quando diede alle stampe Visible World. Un album che contiene uno dei temi del sassofonista diventati più famosi, quella The Creek con il quale prende avvio il concerto. Musica non facile da etichettare, esercizio spesso noioso nel quale si esercita più chi scrive che chi suona, di una bellezza calma e cantabile. Ed è proprio infatti la cantabilità, la capacità di Garbarek di creare melodie una delle cose migliori della serata di sabato.

VIDEO – GARBAREK SUL PALCO DELL’ARENA

La via europea Un sassofonista parso a Perugia lontano, lontanissimo dalle suggestioni free che hanno caratterizzato molti anni della sua carriera. Nella furia etichettatrice di cui sopra c’è chi ha storto il naso parlando di ambient o world music, chi di strizzatine d’occhio alla new age. Più che altro, grazie a un gruppo che non cerca mai di offrire lo stesso spettacolo per più di due sere consecutive, che si diverte nell’improvvisazione o nei dialoghi, Garbarek e i suoi soci dai quattro angoli del mondo sembrano cercare una via tutta europea al jazz. Un concerto con molti colori e suggestioni, da echi di Weather Report a sonorità marcatamente etniche fino alla tradizione del folklore nordico. Spesso una trama stesa sul tappeto intrecciato dal duo Daniel-Gurtu, con quest’ultimo abile a dosare diversi ingredienti sonori. Più di un percussionista, come visto in un lungo assolo, un creatore di suoni e atmosfere con tutto quello che gli capita a tiro, anche un secchio pieno d’acqua.

C’è Jarrett Il resto è grande intesa collettiva e improvvisazione con ognuno che si prende i suoi spazi. In una sorta di passaggio del testimone (Garbarek ha fatto parte del «quartetto europeo» del pianista di Allentown), la domenica sera del festival è segnata dal ritorno, dopo i noti fatti del 2007, del trio di Keith Jarret con Gary Peacock (contrabbasso) e Jack DeJohnette. Bandite, ovviamente, macchine fotografiche e flash. A mezzanotte poi il round midnight con Eduardo De Crescenzo e il suo «Essence Jazz» insieme a Daniele Scannapieco, Lamberto Curtoni, Enzo Pietropaoli, Stefano Sabatini e Marcello Di Leonardo.

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